pro dialog

Alexander Langer

Comunita', politica, convivialita'
Tolta la cappa di piombo dei regimi ereditati dallo stalinismo, oggi l'Europa dell'Est sembra ribollire di rivendicazioni di identità e di auto-affermazione nazionali tra loro incompatibili. La Lituania ai lituani, l'Armenia agli armeni, la Moldavia... ai gaugazi, no, ai rumeni, no, ai russi..., il Kossovo agli albanesi, la Transsilvania agli ungheresi (o no?), la Croazia ai croati, e via enumerando, quasi senza fine. E magari "fuori tutti gli altri". In genere si sottintende che per dare agli uni bisogna togliere agli altri.

Nell'Europa occidentale sembra essere, piuttosto, lo spettro della massiccia immigrazione di persone di cultura, lingua e forse colore della pelle diversa, che spaventa, fa gridare alla sommersione etnica ed innalzare nuovi paletti di frontiera. "L'Italia agli italiani, la Lombardia ai lombardi..."

Per non parlare delle situazioni endemiche di asserita incompatibilità etnica o religiosa o "razziale", nelle quali ormai sembra ci si possa solo fare la guerra e vivere secondo il "mors tua, vita mea": dall'Irlanda del nord al conflitto israelo-palestinese, dal Libano a Cipro, tanto per restare in Europa ed immediati dintorni, e non spingersi fino a Sri Lanka, o nel Corno d'Africa, o nel Kashmir, o nel Sudafrica o nell'Indocina..

La sola rivendicazione di pari diritti o di democrazia o di libertà civili non sembra offrire una risposta sufficiente a queste esplosioni di incompatibilità - anzi, qualche volta sono proprio le possibilità offerte dalla democrazia e dalla conseguente libertà di espressione e di auto-organizzazione a consentire manifestazioni di intolleranza prima represse o nascoste. All'Est è la fine del mono-partitismo di Stato a far maturare rivendicazioni etno-nazionali prima soffocate, in Italia è la crisi di una soffocante partitocrazia a preparare il terreno a leghe e formazioni elettorali o politiche che esprimono il rifiuto a convivenze indesiderate.

I classici concetti di autodeterminazione dei popoli o di liberazione nazionale non sono sufficienti neanch'essi a trovare risposte, e neppure la - pur lodevolissima - intenzione della CSCE ("Helsinki II") di istituire un centro per la prevenzione e conciliazione di simili conflitti o gli - altrettanto lodevoli - sforzi di attrezzare le Nazioni Unite ad intervenire efficacemente in situazioni di questo genere potranno bastare a disinnescare le mine che si stanno accendendo e reciprocamente alimentando. E neanche si potrebbe sperare molto da eventuali complicati regolamenti spartitori, del tipo di quelli che nel '500 e nel '600 europeo hanno garantito una fragile pace religiosa all'insegna del "cuius regio, eius et religio", disegnando in molti paesi europei una sorta di frammentazione religiosa territoriale o comunque di "convivenza nei vicendevoli steccati". La novità principale, rispetto ai secoli passati, sembra essere oggi questa: mentre fino a poco fa gli Stati puntavano a risolvere le frizioni derivanti dalla coesistenza delle diversità etniche e/o religiose piuttosto attraverso l'"inclusione forzata" - politiche di assimilazione, di proibizione di lingue, culture e religioni minoritarie, conversioni forzate, ecc. - oggi sale da molte società e tende ad affermarsi in alcune politiche pubbliche una risposta che mira piuttosto all'"esclusione forzata": l'apartheid, purtroppo, non è un fenomeno solo sudafricano. I casi estremi di esclusione forzata sono, evidentemente, l'espulsione o addirittura lo sterminio dei "diversi", ma esistono anche forme meno estreme e meno violente: dalla ghettizzazione o segregazione (di fatto e/o di diritto), sino alla differenziazione dei diritti dei "diversi".

Ora è del tutto inevitabile - lo si giudichi positivamente o lo si consideri invece una sciagura - che nel mondo attuale i gravissimi squilibri economici, sociali, ecologici e demografici (causati essenzialmente dall'impatto della civiltà del nord industrializzato del pianeta) spingano a processi di compensazione e di riequilibrio (migrazioni comprese), come del resto nella storia è avvenuto di frequente. L'impatto della coesistenza di culture, lingue, religioni e tradizioni anche profondamente diverse sul medesimo territorio tenderà quindi a crescere, non certo a diminuire. Ed oggi esistono forse più possibilità che nel passato che questi processi avvengano con un tasso relativamente basso di violenza e di disordine e siano "governabili" sia dalle istituzioni pubbliche che dalle società civili. A patto che...

...a patto che si riesca a sviluppare in tempo utile, e senza paura di andare controcorrente, una politica ed uno strumentario civile favorevole ad una società accogliente e conviviale, capace di diventare pluri-culturale e multi-etnica senza eccessivi traumi e tensioni insuperabili. E ciò non può essere solo questione di buone leggi, di adeguate istituzioni e di opportuni bilanci (strumenti, tutti questi, assai importanti). Decisivo potrà essere il ruolo di battistrada che oggi possono giocare le aggregazioni volontarie che, in seno alla società civile ed al lato delle strutture ufficiali o istituzionali, anticipino e sperimentino le possibilità, i limiti, le difficoltà della convivenza tra persone di diversa lingua e cultura, ed esplorino per così dire il terreno.

La piccola esperienza sudtirolese - realizzata, certo, in condizioni di relativo privilegio, in quanto si tratta di un conflitto etnico situato all'interno di coordinate storiche, culturali, economiche e sociali relativamente favorevoli e con un "tasso di incompatibilità" non troppo spinto - può insegnare una cosa importante: in una società divisa per linee etniche (o analoghe) ed attraversata da eredità sia di "inclusione forzata" (assimilazione) che di "esclusione forzata" (espulsione, trasferimento di popolazioni, segregazione etnica..), una grande funzione positiva hanno avuto, sin dai primi anni '60, piccoli gruppi di dialogo e conciliazione inter-etnica. La loro esplorazione di possibilità e metodi di superamento dei pregiudizi, di reciproca conoscenza, di condivisione culturale, di scambio, di azione comune, di costruzione di tessuti inter-etnici - anche quando ciò poteva essere considerato "alto tradimento etnico", da parte dei gruppi in conflitto - ha permesso di sondare un terreno e di anticipare soluzioni che poi sono diventate via via più generalizzate ed accettate anche da strati che prima si erano barricati dietro muri di intolleranza. Condizione essenziale per il successo dell'azione di tali esperienze: essere portate avanti realmente da persone provenienti dalle diverse comunità in conflitto, che - sperimentando insieme la convivialità già possibile tra minoranze di buona volontà - dimostrino concretamente la reale possibilità di superare presunte incompatibilità e di vivere insieme, ed in amicizia, tra diversi.

"No alle esclusioni ed alle inclusioni forzate - per una convivenza umana che accetti le complicazioni, rispetti le differenze, tolleri le imperfezioni, a partire dall'esperienza concreta di piccoli gruppi che la anticipano e la sperimentano" - potrebbe essere questa la sintesi di una proposta da farsi oggi da parte di persone e gruppi di buona volontà.

Da "Mosaico di pace"
Aprile 1991