pro dialog

Alexander Langer

Un popolo senza territorio
Nell'attuale risveglio etno-nazionale che accompagna le convulsioni dell'Europa post-comunista, si pone molta enfasi sull'identità dei popoli e la loro rivendicazione di sovranità sulla loro terra, la loro storia, il loro futuro. Vi si mescolano splendide riscoperte di dignità a meno rispettabili impostazioni nazionaliste che non di rado portano ad atteggiamenti di esclusione e di presa di distanze verso altri popoli, spesso conviventi sullo stesso territorio, ed a dispute su chi debba esserne considerato legittimo e magari unico padrone. E verso i nuovi immigranti ci si mostra non solo poco ospitali, ma talvolta decisamente ed intenzionalmente repellenti - persino con il ricorso alla violenza.

Che dire, allora, degli zingari, popolo mite e nomade, che non rivendica sovranità, territorio, zecca, divise, timbri, bolli e confini, ma semplicemente il diritto di continuare ad essere quel popolo sottilmente "altro" e "trascendente", rispetto a tutti quelli che si contendono territori, bandiere e palazzi? Un popolo che, un po' come gli ebrei, fa parte della storia e dell'identità europea proprio perchè a differenza di tutti gli altri hanno imparato ad essere leggeri, compresenti, capaci di passare sopra e sotto i confini, di vivere in mezzo a tutti gli altri, senza perdere se stessi, e di conservare la propria identità anche senza costruirci uno stato intorno!

La distruzione inesorabile di un mondo conviviale, dove è possibile comunicare, scambiare, lavorare, visitare, migrare senza dover ricorrere ai moduli pre-confezionati compatibili con le esigenze dell'industria e dell'amministrazione, ha tolto agli zingari il loro ambiente naturale: non si può togliere l'acqua ai pesci e poi stupirsi se i pesci non riescono più ad essere agili, gentili ed autosufficienti come una volta.

Eppure bisogna che l'Europa con quella sua stragrande maggioranza di "sedentari" accolga, anche nel proprio interesse, la sfida gitana, dei rom e dei sinti, e faccia posto ad un modo di vivere che decisamente non si inquadra negli schemi degli stati nazionali, fiscali, industriali, militari e computerizzati. Un modo di vivere che indica non solo un passato ricco di tradizione, di dignità e di sofferenza, ma anche una possibile modalità di convivenza tra migranti e residenti, e forse un'esistenza capace di affidare la propria identità e continuità non al possesso (di immobili, carte di credito e diplomi), ma solo alla solidarietà della comunità.

Per "Zingari oggi"
Ottobre 1991