pro dialog
Anna Segre, il ricordo di Fabio Levi
Anna Segre è morta domenica 20 giugno 2004. E' stata fin dall'inizio un'animatrice tenace della nostra Fondazione, nella quale ricopriva dal 2002 la carica di vice-presidente. Ci mancherà molto.

A noi piace ricordarla a Bolzano, il 6 luglio 2003, quando ha voluto essere presente, in un momento di libertà dalla sua malattia, alla cerimonia di consegna del premio Alexander Langer 2003 alla memoria di Gabriele Bortolozzo. Ha parlato di lui ma raccontava anche di sè in quell' occasione, ricordando il diario di suo padre che aveva dato alle stampe (Renzo Segre, Venti mesi, Sellerio 1995): "Lo so anche per esperienza personale - aveva detto - molte volte queste carte stanno nel cassetto di casa e bisogna avere quasi lo stesso coraggio di chi ha combattuto, per tirarle fuori, per renderle pubbliche".
Intanto vogliamo dare almeno un segno di vicinanza a Claudio Dati, il suo compagno di vita, ai suoi parenti e agli amici torinesi che hanno avuto la fortuna di starle accanto e di raccogliere le sue di memorie.
Anna, abitava a Torino, cap 10131, in via F.Aporti 3. E' stata salutata martedì 22 giugno, dal suo compagno di vita Claudio Dati e dagli amici torinesi, nel piccolo cimitero ebraico di Biella dove riposa accanto ai genitori.
Claudio ci ha fatto sapere che, tra le sue ultime volontà, Anna ha voluto destinatare 10.000 euro per la dotazione del premio Alexander Langer 2004.

Racconti, ricordi e riflessioni di Anna segre si possono trovare in www.unacitta.it


Così l'ha ricordata Fabio Levi all'assemblea della Fondazione, il 3 luglio 2005 a Bolzano


Molti di noi hanno conosciuto Anna Segre negli anni in cui ha partecipato al lavoro della Fondazione. Questo ricordo vuole essere prima di tutto un gesto di affetto e di riconoscenza verso di lei.

La sua vita si è fermata per sempre. Fermiamoci anche noi per un momento a riflettere. Io dirò solo poche cose, ma spero possano aiutarci tutti a fissare meglio nella memoria la sua immagine e i tratti essenziali della sua personalità.
Comincio da un ricordo di almeno vent’anni fa. La prima volte che ho parlato con lei del suo lavoro si stava occupando di mappe mentali: del modo soggettivo cioè in cui ogni individuo rappresenta lo spazio circostante. C’era in quel suo interesse una chiara anticipazione dell’approccio che avrebbe guidato successivamente molti dei suoi lavori. Per Anna il territorio, l’ambiente in cui viviamo andava studiato in primo luogo nelle relazioni che ogni uomo e ogni donna intrattengono con esso; per come lo percepiscono e lo vivono nella loro vita di tutti i giorni.
Come sapete Anna aveva studiato geografia. Lo aveva fatto a Torino sotto la guida di Giuseppe Dematteis, nell’ambito di una vera e propria scuola, di studi geografici fra le più aperte e vivaci dell’università italiana. Di quella scuola era poi entrata a far parte anche lei studiando e insegnando prima presso la facoltà di Economia e poi presso quella di Lettere.
Se fossi uno specialista potrei offrirvi un quadro molto più preciso delle sue ricerche successive. Non lo sono e quindi mi limiterò soltanto a segnalarvi il senso generale del percorso che mi pare di poter cogliere mettendo in relazione le pubblicazioni di Anna con quanto so di altri aspetti della sua vita. D’altra parte per lei lo studio non è mai stato un’attività separata da tutto il resto.
Al centro della sua attenzione vi era – come ho già accennato – il concetto ma anche la realtà concreta del territorio: un territorio umanizzato cui via via ha guardato da punti di vista diversi e affinando progressivamente i suoi strumenti di indagine. Nell’84 ad esempio i suoi orizzonti, che erano anche quelli di una viaggiatrice curiosa e instancabile attratta particolarmente dai paesi dell’America del Sud, erano il mondo intero; in quell’anno ha infatti curato con altri – fra cui lo stesso Dematteis – l’edizione italiana de L’état du monde di Yves Lacoste, una sorta di enciclopedia geografica aggiornata di anno in anno. Peccato poi che quell’iniziativa, intesa fra l’altro a sprovincializzare il nostro mercato editoriale e la cultura geografica italiana, non abbia poi potuto essere proseguita.
Successivamente il discorso si è precisato, con riferimento alla dimensione regionale e alle trasformazioni connesse allo sviluppo delle città e dell’industria – Regioni in trasformazione del 1989 -. Poi Anna ha preso a riflettere più propriamente sul concetto di ambiente – Temi per una geografia dell’ambiente, 1992 – e su come fosse possibile definire interventi adeguati – Politiche per l’ambiente: dalla natura al territorio, 1996 -.
Il punto di arrivo più significativo di quella riflessione è stata poi la realizzazione in tempi molto recenti di un Atlante dell’ambiente in Piemonte. Ricordo l’orgoglio con cui qualche mese fa Anna mi ha mostrato il suo nuovo lavoro: un libro pieno di tavole coloratissime, concepito per consentire a chiunque volesse avvicinarsi alle innumerevoli dimensioni della realtà regionale di procedere in modo agevole e diretto.
In quel testo si possono ritrovare, insieme, i tratti essenziali dell’approccio di Anna alla ricerca in campo geografico: il rigore scientifico, l’originalità e la novità dell’impostazione e la costante attenzione a realizzare strumenti utili e accessibili. Proprio quelle stesse caratteristiche hanno guidato anche il suo modo di fare politica, quando, dalla fine degli anni ’80, si è impegnata nel movimento dei verdi. Con in più un’idea della milizia politica intesa come servizio agli altri e come rispettosa attenzione alla condizioni dei singoli e della loro sensibilità, che le derivava dalla sua partecipazione alle esperienze politiche degli ultimi anni ’60 e all’organizzazione Lotta continua fino al’76, dalla sua attenzione ai problemi di genere e dalla lunga amicizia con Alexander Langer. Con quello spirito e con quelle intenzioni il periodo più intenso dell’attività politica di Anna è iniziato quando, a partire dal 1990, è stata eletta nel Consiglio regionale del Piemonte. Da quella carica si è poi dimessa di sua iniziativa dopo due anni per rispettare il principio della rotazione sottoscritto all’atto della candidatura.
Accanto a tutto questo c’è però un’altra dimensione della vita di Anna che tengo molto a ricordare. Anche qui vorrei iniziare da un ricordo personale. Ogni anno lei teneva molto a celebrare la cena della Pasqua ebraica. Invitava a casa sua un gruppo ristretto di amici cui offriva i cibi prescritti dal rito. Erano amici ebrei e non ebrei. Non contava l’appartenenza né il rigore dell’osservanza. Contavano piuttosto l’amicizia, il piacere di ritrovarsi insieme e un atteggiamento sereno e rispettoso verso gli aspetti più gioiosi e verso i valori più profondi della tradizione che Anna sentiva come propria.
Lei infatti era nata da genitori ebrei, a Biella. Il suo retroterra culturale era quindi quello dell’ebraismo piemontese. Come spiega Primo Levi, quando descrive le differenze fra le varie comunità italiane, non è la stessa cosa essere un’ebreo di Livorno, di Pisa, di Padova o di Venezia; per il Piemonte però non conta tanto la città di provenienza. Valgono piuttosto alcuni tratti tipicamente regionali, cui anche Anna a suo modo si rifaceva con la sua laicità rigorosa e intelligente, la sua attenzione alla storia, la sua concretezza nell’affrontare i vari aspetti della vita senza mai trascurare però il soffio di spiritualità presente in ogni cosa, l’amore per la cultura, il forte senso della famiglia e dell’amicizia.
Ma il fatto che i genitori di Anna fossero ebrei contava anche per un’altra ragione. Lei ora è sepolta nel piccolo cimitero ebraico di Biella accanto a loro, quasi come se quell’estremo ricongiungimento potesse ricomporre una separazione avvenuta in modo troppo doloroso e traumatico. Entrambi erano morti molto presto; la madre se n’era andata a 55 anni, la stessa età di Anna ora. Oltre a questo, la loro vita era stata segnata da un’esperienza destinata a lasciare un segno incancellabile nella memoria e nella sensibilità della figlia. Negli anni della persecuzione essi avevano trascorso venti mesi di estremo pericolo chiusi, nei panni del ricoverato lui e dell’assistente lei, nell’ospedale psichiatrico di San Maurizio Canavese vicino a Torino, grazie alla coraggiosa solidarietà del direttore di allora Carlo Angela.
Ad Anna bambina e giovane ragazza quella storia era stata svelata a poco a poco da suo padre, con dolcezza e con il rispetto dovuto alla sua età, ma senza che nulla potesse essere celato del significato angoscioso di quell’evento. Della sua esperienza successiva all’8 settembre il padre aveva anche lasciato un diario che Anna aveva potuto leggere intero solo dopo la sua morte. Quel diario è rimasto per molto tempo chiuso in un cassetto: per lei è stato a lungo quasi impossibile svelare agli altri, ma fino in fondo anche a se stessa, un’esperienza così dolorosa e intima. Alla fine però, dopo anni di esitazioni, ne è nato un testo di grande efficacia narrativa – Venti mesi – edito da Sellerio. Anna ha vissuto quella pubblicazione come un passaggio di purificazione che le ha dato fiducia e forza. Tanto che via via ha poi deciso di accompagnare quella sua creatura, di farne oggetto di presentazioni e dibattiti. Fino a quando è riuscita a far dichiarare, in una cerimonia piena di gente tenuta a San Maurizio Canavese, Carlo Angela, il salvatore dei suoi, Giusto di Israele; con questo assolvendo ad un obbligo di riconoscenza ma riuscendo nello stesso tempo ad attualizzare quella vicenda e a metterne in valore gli aspetti che andavano al di là della sua esperienza personale.
Ricordo le esitazioni e i tormenti di Anna quando discuteva con se stessa su cosa fare di quel diario. Ma ricordo anche la sempre maggior sicurezza con cui ha poi saputo decidere. Paradossalmente quella sicurezza è forse stata alimentata anche dalla malattia, che proprio in quel periodo ha cominciato a manifestarsi. Come se Anna volesse rispondere con un’accresciuta energia alla sfida estrema che era costretta ad affrontare.
Una sfida durata quasi sei anni, che ha investito dunque una parte consistente e decisiva della sua vita. Anche perché Anna in quel lasso di tempo si è dedicata a mille cose, con un’intensità straordinaria; conquistando con determinazione e fatica lunghi momenti di serenità e di convinta operosità.
Per questo ha fatto appello a tutte le sue doti, arrivando forse a scoprire in se stessa aspetti e risorse in parte sconosciute. Tutti hanno parlato di grande coraggio. Io direi piuttosto di un fortissimo amore per la vita, per le cose concrete della vita, conquistate a una a una, apprezzate con gusto e messe da parte come un patrimonio di cose belle che nessuno – diceva Anna – le avrebbe potuto più togliere. Di quelle cose belle una era la Fondazione Langer, cui Anna teneva particolarmente, perché in essa vedeva – credo – la sintesi di molte sue aspirazioni e l’espressione del modo di concepire i rapporti fra le persone cui era più affezionata.
Pochi mesi fa Anna si è sposata, con Claudio Dati, il suo compagno anche dei momenti più difficili; lo ha fatto sapere solo poi, con discrezione. Credo che quel matrimonio, pur celebrato in un momento che già si stava facendo molto difficile, sia stato come molte altre decisioni di Anna un’affermazione di vita e un atto di speranza.