pro dialog

Alexander Langer

Cecenia: cercasi diplomazia
Prima del dicembre 1994 pochi europei sapevano dell'esistenza della Cecenia e del popolo ceceno. Oggi invece la Cecenia - non meno che la Bosnia-Herzegovina o la Macedonia - viene vista come possibile luogo di incubazione di una terza guerra mondiale, o comunque di un conflitto di vaste dimensioni.

Trentamila morti - tra ceceni e russi -, mezzo milione di sfollati, una distruzione incredibile di edifici, attività economiche, rapporti politici, relazioni umane, una città in rovine ed una guerra e guerriglia senza prospettive di rapida conclusione: ecco un primo scarno bilancio della guerra in Cecenia, dove il tentativo dell'armata federale russa di riprendersi il controllo totale sulla repubblica ribelle nel Caucaso settentrionale non è finora andato in porto, e dove la resistenza cecena a sua volta non è riuscita a respingere l'offensiva russa. Dopo un protocollo firmato in Inguscezia, a Orgionikigewskaja il 6 dicembre 1994 tra il ministro della difesa russo Graciov ed il presidente ceceno Dudayev sembrava essere aperta la via ad una soluzione pacifica, ma pochi giorni dopo i militari russi in forze sono entrati in Cecenia e la guerra si è via via intensificata. Nonostante larghi successi militari riportati dai russi (che tuttavia hanno avuto anche pesanti perdite), i dirigenti ceceni non sono stati neutralizzati, i combattenti continuano ad operare - con un certo appoggio della popolazione, a quanto sembra - e la comunità internazionale si mostra sempre più esitante ed impotente. Inizialmente si era lasciata in notevole misura carta bianca a Eltsin: era evidente che si temeva l'inizio di una nuova Jugoslavia (la Federazione russa è composta di ben 89 entità territoriali e/o etniche!), su scala ancora più grande e con effetti quindi ancora meno controllabili. Così si pensava di chiudere gli occhi dinnanzi ad un'operazione che si sperava chirurgica, possibilmente efficace e di breve durata, facilitata magari anche dalla cattiva fama della dirigenza cecena (un cocktail secessionista con forti ingredienti di mafia e vecchia nomenklatura desiderosa di fare ormai da sè) e dalla necessità dell'Occidente di andare ormai in fondo con l'appoggio dato a Jelzin già a diverse riprese ed in non lievi occasioni (bombardamento del parlamento, p.es.).

Invece si è dimostrato che la "repubblica dei Ceceni" (circa 1,2 milioni di abitanti, di cui tre quarti di nazionalità cecena, gli altri in gran parte russi ed ingusci) ha dimostrato una volontà di indipendenza che non si è lasciata inficiare neanche dalla modesta o cattiva qualità dei suoi dirigenti, e che la violenza dell'intervento russo ha semmai incoraggiato e non scoraggiato la volontà di secessione.

La Cecenia non aveva firmato il trattato di federazione (marzo 1992), rifiutando anche la partecipazione all'elaborazione della costituzione russa ed alle elezioni per il parlamento russo (1993): il seggio della Cecenia, nel Consiglio della federazione, è stato lasciato vuoto. Il congresso nazionale ceceno, riunito nel novembre 1990 a Grozny, aveva deciso che si dovesse negoziare la sovranità della Cecenia. Questo è il mandato che il generale Djochar Dudayev - ex-generale dell'aviazione sovietica, eletto presidente della Cecenia (tra 6 candidati) in data 27 ottobre 1991 - invoca come base della sua attività presidenziale e politica. Dall'altra parte Mosca sin dall'inizio non aveva riconosciuto legittimo il presidente (negando che alla Cecenia spettasse eleggere un presidente) ed i suoi poteri, ed aveva già inviato truppe una prima volta nel 1992, ritirandole più tardi. E lo stesso Dudayev, che si era presentato con la pretesa di restaurare l'antica sovranità e fierezza cecena (un popolo assai tradizionale, con una forte impronta islamica-sunnita e patriarcal-tribale), in realtà si era fatto ben presto odiare per lo stile autoritario e nepotista del suo governo, che lo aveva condotto nel 1993 a sciogliere il parlamento ed a far arrestare diversi avversari politici. Un "consiglio provvisorio" tentò di opporgli un'alternativa più democratica, ed aveva anche cominciato a costruire un proprio comando militare. Chiese a Dudayev di mettere a disposizione la sua carica, anche per favorire una riconciliazione nazionale cecena, ma il presidente a sua volta si dichiarò disposto a lasciare la poltrona solo una volta che fosse chiaramente assicurata la sovranità cecena; Dudayev invocò anche la solidarietà degli altri popoli del Caucaso settentrionale.

Due elementi di grande rilievo complicano la situazione: uno di ordine economico, l'altro di ordine etnico-politico. La Cecenia, infatti, è una specie di piccolo Kuwait nella Federazione russa: il 2-3% del petrolio della federazione viene prodotto in Cecenia (ma la produzione è in forte e costante calo), importanti raffinerie ed oleodotti si trovano lì e "la Cecenia ha lo svantaggio della sua posizione geografica: nell'Ottocento sulla via dell'espansionismo zarista verso la Persia e l'India, oggi su un crocevia del petrolio" (Dudayev). Anche le più importanti vie di comunicazione tra Mosca e le repubbliche trans-caucasiche passano per la Cecenia, e Mosca non intende rinunciare al controllo.

Inoltre la Cecenia è una delle 10 repubbliche e regioni autonome del Caucaso settentrionale dove si concentra un mosaico etnico e confessionale assai composito; i ceceni sono musulmani, come altri popoli del Caucaso, e si ritengono parte di una solidarietà islamica assai diffusa nell'area turco-iraniana, che potrebbe essere attivata in caso di bisogno. L'indice di crescita demografica in Cecenia è assai alto, a differenza della Russia in generale.

Due elementi quindi, il petrolio e l'Islam, che incoraggiano la volontà di secessione (l'annessione alla Russia data da poco più di un secolo). Esattamente per le stesse ragioni però Mosca vede una eventuale separazione accordata alla Cecenia come prima breccia in una diga che a quel punto non resisterebbe più a lungo, e potrebbe portare a tensioni, conflitti e persino guerre internazionali di enorme dimensione, accentuando un secolare contrasto tra mondo slavo ed islamico di cui si notano già numerosi segni di ripresa (dalla Bosnia al conflitto armeno-azero, che indirettamente lo richiama), e che - una volta aperto - avrebbe pesanti ripercussioni all'interno della Federazione russa e nelle relazioni tra la Russia e le aree caucasica e centro-asiatica, nonchè con la Turchia e l'Iran. Già ora si vede chiaramente che l'andamento del conflitto ceceno è strettamente collegato ad altre tensioni e conflitti nell'area: Georgia/Abchasia, Ossezia, Inguscezia....

Tra le vittime politiche più illustri di questa guerra c'è anche il noto democratico ed ex-dissidente Sergej Kovaljev, l'incaricato del presidente russo Eltsin che nella Duma, nel parlamento della Federazione russa, avrebbe dovuto essere l'avvocato dei diritti umani e che ora è stato destituito dalla sua carica. Del resto il suo compito era diventato largamente inutile: i suoi appelli ad una soluzione pacifica del conflitto ceceno sono rimasti inascoltati, la sua disponibilità a fungere da mediatore dai russi è stata ignorata e non gli è stato nemmeno permesso di accompagnare sul terreno gli inviati dell'OSCE (Organizzazione per la sicurezza e cooperazione in Europa, subentrata alla CSCE) che - sotto presidenza ungherese - alla fine di gennaio hanno svolto una missione di esplorazione. In un incontro di Kovaljev con i Verdi al Parlamento europeo (fine febbraio 1995), il suo giudizio sulle prospettive di soluzione del conflitto si era ormai trasformato in una valutazione molto pessimistica.

Più in generale, non pochi democratici russi hanno protestato contro la guerra in Cecenia, vedendovi una ricaduta imperiale ed egemonica e notando che anche i già assai ridotti spazi di democrazia sotto il regime di Jelzin finivano per essere sacrificati alla logica della guerra e della conseguente prevalenza delle forze armate. Anche in Occidente ci si è ripetutamente chiesti quanto Eltsin ancora comandasse al Cremlino, ma finalmente lo stesso presidente Clinton (al pari di Kohl ed altri leaders occidentali) ha deciso di avallarne la politica, pur con qualche monito a non eccedere in Cecenia.

Gli sforzi internazionali si sono sinora limitati ad alcuni appelli di assemblee democratiche e ad una missione dell'OSCE. Il Parlamento europeo da dicembre interviene mensilmente sulla Cecenia ed ha suscitato una vivace protesta del parlamento russo (la Duma) per il contenuto delle sue prese di posizione. Il P.E. ha definito - con il concorso determinante dei Verdi che seguono la situazione attraverso costanti contatti con gruppi democratici e di impegno sui diritti umani sia a Mosca che nella regione caucasica ed attraverso una missione nell'area (Elisabeth Schroedter, Brigitte Luggin, marzo 1995) - essenzialmente la seguente linea: a) immediata cessazione delle ostilità, liberazione dei prigionieri, accesso agli aiuti umanitari ed osservatori internazionali; b) sostegno ad una soluzione politica negoziata, occorrendo con l'aiuto di organismi internazionali (OSCE); c) no all'impiego dell'Armata contro minoranze, no alla grave violazione dei diritti umani, d) sostegno ai democratici russi, a Kovaljev, agli organismi internazionali per i diritti umani ("Helsinki Watch"); e) sospensione dei negoziati con la Federazione russa sintantochè le azioni militari in Cecenia continuano.

La missione dell'OSCE, guidata dall'ambasciatore ungherese Márton Krasznai, è arrivata alle seguenti raccomandazioni conclusive (si tenga conto che l'OSCE è un'organizzazione di Stati, di cui la Federazione russa fa parte, mentre ovviamente la Cecenia oggi non vi è rappresentata): a) un "cessate il fuoco" umanitario da negoziare, interventi umanitari, accesso incondizionato alla Croce Rossa, intervento dell'UNHCR per gli sfollati e rifugiati; b) istituzione di una commissione nazionale russa di investigazione sulle atrocità e violazioni dei diritti umani (alla quale organismi internazionali quali l'OSCE ed il Consiglio d'Europa potrebbero fornire assistenza); c) un governo provvisorio ceceno - nel quadro della Federazione russa - con la più larga e rappresentativa partecipazione; libere elezioni; assistenza internazionale per individuare forme di auto-governo compatibili con il quadro costituzionale della Federazione russa; d) intervento anche di organismi non-governativi ai fini di incoraggiare e sostenere la ricostruzione di una società civile.

Il presidente ribelle Dudayev in una sua presa di posizione, pubblicata a metà marzo 1995 dal Washington Post, chiede a sua volta un cessate-il-fuoco incondizionato, sorvegliato da osservatori internazionali, la creazione di zone di sicurezza dove dispensare assistenza medica ed alimentare da parte di gruppi umanitari internazionali, negoziati tra Russia e Cecenia (ma pretende che sia il suo governo, auto-definito legittimo, a condurle) con la supervisione di mediatori internazionali e la tenuta di elezioni parlamentari e presidenziali nel 1995. "Tengo a dichiarare al mondo che non siamo secessionisti e che non chiediamo completa indipendenza", aggiunge.

Ora molto dipenderà dalla pressione internazionale che si saprà esercitare sul regime di Eltsin, da un lato, ed anche verso il presidente ceceno Dudayev: non è immaginabile che una prova di forza possa condurre ad una soluzione accettabilmente giusta e duratura.

Per la società civile ed i gruppi di pace in una situazione come questa è assai difficile intervenire direttamente: la distanza geografica e culturale rende pressoché impossibile un'azione diretta. Ma l'invio di missioni, lo sviluppo di relazioni strette con gruppi impegnati sui diritti umani, il sostegno alle poche reti di dialogo esistenti nell'area (tra cui la Helsinki Citizens' Assembly, che ha una qualche presenza nell'area caucasica) sono un efficace aiuto all'azione di pace, come pure - naturalmente - le pressioni politiche affinchè alla Russia di Eltsin non venga semplicemente "perdonata" la sanguinosa spedizione cecena.