pro dialog

Alexander Langer

L'empasse della diplomazia di fronte alla questione Cecena
Dopo la tragedia jugoslava, dopo le incapacità che "l'occidente" ha dimostrato in questo caso così emblematico del nostro tempo; con che sguardo, con quali domande posso io "occidentale" al seguito di un partito "occidentale" pormi positivamente di fronte a quest'altra tragedia della Cecenia?

Osservare certo, parlare con i politici, con i responsabili, con la gente, esprimere solidarietà, cercare di capire, ... ma con quali finalità , con quali intenti che non si spengano nella consapevolezza della nostra impotenza "occidentale"?

Questi pensieri, che mi hanno assilato mentre mi recavo come membro di una delegazione dei Verdi al Parlamento Europeo in visita a Mosca ed in Inguscezia, paese che ospita migliaia di rifugiati ceceni, si sono ancora più aggrovigliati nel corso degli incontri che là ho avuto, lasciandomi infine in un vero tormento che ancora cerco a razionalizzare. Ecco qui di seguito alcuni tratti delle mie riflessioni.

Anzitutto, cos'è la Cecenia? _ utile qui forse ricordare alcuni punti del conflitto tra Mosca e Grosny.
Nel 1991 Dciodar Dudaiev viene eletto Presidente della Republica cecena, sotto la sua guida il governo ceceno dichiara l'indipendenza. Nel 1992 non firma il trattato che instaura la Federazione Russa e nel 1993 il paese non partecipa alle elezioni per la Duma (la camera bassa del parlamento russo), ma indice delle elezioni proprie. Queste a loro volta non vengono riconosciute dal governo centrale con la motivazione, che il consistente gruppo etnico russo residente sul territorio ceceno non avrebbe partecipato alle elezioni.

Per ragioni non ancora chiarite ma probabilmente per interessi del tutto arbitrari e personali Dudaiev scioglie il parlamento ceceno nel 1993. Tanti deputati vanno all'opposizione, si manifestano degli scontri armati nei quali i servizi segreti russi forniscono armi ai gruppi degli oppositori. In tutti questi anni a livello dello Stato federale russo la questione dello status della Cecenia resta aperta. Come ci hanno confermato i nostri interlocutori tra cui il presidente della Commissione della Duma per gli affari nazionali, il signor Jamsuiev, nei tre anni passati il governo centrale non ha fatto alcun serio tentativo di mediazione con le forze cecene. Esiste invece il fondato sospetto che Dudaiev fosse addirittura riuscito a procurarsi pesanti armamenti da parte di circoli governativi russi in cambio del suo appoggio contro l'allora presidente della Duma Kaspulatov di origine cecene.

L'attacco militare avvenuto nel dicembre dell'anno scorso è così piombato sulla Republica cecena tanto tardivo quanto brutale. Da più di quattro mesi oramai le truppe federali stanno distruggendo casa per casa gli insediamenti ceceni dando luogo ad una guerra che agli occhi della nostra pubblica opinione, ma anche, come abbiamo potuto constatare, all'interno della Federazione russa suscita tanta indignazione quanto incomprensione per l'inaudito e violento dispiegamento di armamenti e vite umane. Il bilancio dei combattimenti ammonta a 35.000 morti e più di 150.000 rifugiati e non può non sembrare disproporzionato rispetto all'obiettivo di reimporre l'autorità statale in una regione che oramai non si dichiara neanche più secessionista, per non parlare dell'intento dichiarato da parte del governo centrale, cioè quello secondo il quale l'operazione militare servirebbe a disarmare delle bande criminali.

Il crescente dissenso nella società russa verso una continuazione della guerra in Cecenia non sembra disturbare il diretti responsabili. "La situazione non è più come nel '91 quando la gente andava in strada per difendere la democratizzazione del paese contro i golpisti. Oramai maggior parte della gente si è rassegnata." Sono queste le parole di Nikita Okohotin, collaboratore di Sergei Kovalev, primo commissario per i diritti umani del governo russo ed oggi deciso oppositore del presidente Jelzin. "Si è vero", continua, "la stampa, i mass media sono liberi, almeno quelli non direttamente finanziati dal governo, ma purtroppo la situazione è tale che il governo di Jelzin e il partito della guerra possano continuare a operare desinteressandosi completamente della pur crescente ostilità dell'opinione pubblica e dei mass media."

Lo stesso senso di impotenza lo abbiamo constatato tra quelli che si possono considerare i rappresentanti democratici nella Duma e nel Consiglio federale, le due camere del Parlamento russo. Pur rimanendo fedeli al principio che la questione cecena debba essere considerata un'affare interno alla Federazione russa, essi infatti condannano fermamente il modo con il quale procede l'esercito federale, giudicandolo "operazione di genocidio" e dunque lesivo dei diritti umani fondati sui trattati internazionali ai quali anche il governo russo deve attenersi.

I toni della condanna si fanno poi particolarmenti duri nelle discussioni con le autorità della piccola Repubblica Inguscezia confinante con la Cecenia e abitata in gran parte dagli Ingusci, popolo fratello dei Ceceni" non solo per lingua e religione, ma anche per una comune storia di oppressioni e deportazioni ad opera del regime stalinista. Il tema ricorrente nei colloqui con le autorità locali, dal presidente Auscev ai deputati del parlamento ed ai rappresentanti delle organizzazioni civili, è la condanna del, ai loro occhi costante, tentativo del governo centrale russo di destabilizzare la regione del Nordcaucaso per istaurarvi la propria egemonia. Accanto alla lacerante disperazione di migliaia di rifugiati, i motivi e l'odio a sfondo etnico contro gli "oppressori russi" ed i loro alleati delle repubbliche vicine hanno pervaso i discorsi delle persone politicamente impegnate. In questa situazione di grandi tensioni il presidente Auscev da buon uomo di stato quale è considerato anche fuori dall' Inguscezia cerca di proporsi come mediatore non solo tra ceceni e governo centrale, ma anche tra la propria popolazione sempre più impaziente e la minaccia di una estensione del conflitto sul territorio inguscio. Se da un lato per il presidente Auscev la questione dello status della Repubblica cecena deve essere oggetto di trattative tra il governo centrale e Dudaiev, egli tiene anche a precisare che non si puo più negare ai ceceni "il diritto all'autodeterminazione".

E "l'occidente" ? Tra i governi occidentali prevale la considerazione che tutto ciò sia un affare interno alla Federazione russa nella speranza che Mosca concluda al più presto possibile questo scomodo e disgustoso spettacolo. Dovrebbe comunque risultare chiaro, a partire da tutto quello che è stato detto, che il problema non si può risolvere optando per l'integrità della Federazione russa o sposando la causa dell'autodeterminazione cecena. Nell'analizzare la questione cecena bisogna prender atto del fatto che la Federazione russa è soprattutto un prodotto della decomposizione sovietica prima di uno spazio istituzionale ben identificabile.

In quest'ottica la Cecenia resta come tanti altri paesi dell' ex-URSS all'interno e all'esterno della Federazione russa, così come all'interno e all'esterno della Comunità degli stati indipendenti (CSI) restano gli paesi che si sono dicharati indipendenti nel 1991 in seguito al crollo del Unione sovietica. La Federazione russa si presenta così come uno spazio collettivo caratterizzato da una particolare esperienza storico-politica, ma che non ha ancora trovato una nuova propria identificazione nè statale, nè diplomatica. In altri termini, è del tutto sbagliato considerare la CSI e la Federazione russa delle entità istituzionali definitivamente strutturate. Ammettere questa instabilità in una parte così vasta ed importante del globo è certo fonte di grande ansietà per le diplomazie occidentali. _ però del tutto irresponsabile da parte di queste ultime cercar di far fronte a questa ansietà, cercando a tutti i costi di legittimare i centri di potere esistenti, le istituzioni dall'aria più forte, nella speranza che essi siano i più capaci a contenere la fluidità e la disseminazione della situazione. La Jugoslava ha dimostrato fino in fondo quanti sia criminale e impotente orientare la diplomazia sul principio del più forte pensando così di attenersi a un sano e pragmatico realismo.

Gli unici criteri generali che mi sembra poter valere ed essere utili per orientare un'analisi e possibili interventi democratici sulla questione cecena, sono quelli quantomai classici (non quelli irrazionali e guerrafondai dei diritti "naturali" dell'etnia, sia essa quella dominante o quella oppressa), cioè quelli del rispetto della sovranità dei paesi e del rispetto della democrazia al loro interno. Tutta la difficoltà sta nel saper farli valere in situazioni nuove come quella Cecena e quella Jugoslava, nelle quali manca quella condizione decisiva sia per la sovranità che per la democrazia che rappresenta uno Stato dotato di una certa continuità storica e legittimità politica.

Nel caso della Cecenia la condotta del governo centrale appare comunque condannabile. La Cecenia infatti, o si considera effettivamente parte integrante della Federazione russa, ma allora non ha alcuna giustificazione nè il desinteresse che per tre anni è stato manifestato da parte di Mosca nei confronti di questo paese, né il tardivo e bestiale uso dell'esercito contro le dirigenze indipendentiste e soprattutto contro la popolazione civile, cioè gli stessi cittadini della Federazione russa; oppure la Cecenia è da considerarsi uno Stato indipendente, ma allora si giustifica ancor meno l'intervento di Mosca. Il problema è che, nonostante tutte le sue aperture specie ai finanziamenti occidentali e il reiterato credo democratico, il governo della Federazione russa non pare, almeno in questi casi, aver abbandonato la famigerata dottrina brezneviana della sovranità limitata, dimostrandosi a tutti gli effetti l'erede dell' Unione sovietica.

Dall'altra parte, l' "occidente", nonostante tutti i cambiamenti in corso, non sembra voler rinunciare, almeno verso "est", ad una concezione bipolare della diplomazia. E se da un lato è comprensibile che le leadership dei governi occidentali agiscano con il desiderio di mantenere la situazione ad "est" la più semplice, ordinata ed univoca possibile, ci si deve render conto dei rischi che si corrono nel chiudere gli occhi davanti ad una nuova situazione non più gestibile in base ad uno schema che si rifá alle sfere d'influenza. Fa riflettere in questo senso l'ultima e estremamente preoccupante affermazione del ministro degli esteri della Federazione russa sulla possibilità che Mosca sarebbe anche disposto a far uso della forza militare per far rispettare i diritti dei russi etnici negli nuovi stati indipendenti.