pro dialog

Alexander Langer

Brevetto universale - Intervista
La soglia della brevettabilità dell'uomo sembra essere stata varcata. Voi, del gruppo verde del parlamento europeo, state dando battaglia e proprio in questi giorni avete invitato in Europa il primo uomo brevettato, John Moore. Puoi spiegarci com'è la situazione?

In questo autunno '94, oltre a grandi questioni di bioetica come la liceità della sperimentazione nei confronti di persone impossibilitate a dare il loro consenso -bambini, persone handicappate o totalmente incapaci o incoscienti per motivi di salute o anche di età- o come la necessità di darsi regole e leggi che disciplinino limiti e condizioni dei trapianti, è diventata di grande attualità la questione della brevettabilità di materia vivente.

Se n'è occupato il Comitato Italiano di Bioetica, ma purtroppo non conosco ancora le sue raccomandazioni. Da quel che ho letto sui giornali, si sarebbe espresso per una brevettabilità moderata, che penso significhi ammettere la brevettabilità per animali e piante e non escluderla del tutto per l'uomo. Se ne occuperà certamente una convenzione europea di bioetica, promossa dagli stati aderenti al Consiglio d'Europa, che dovrebbe proporre una legge quadro per arrivare a un trattato internazionale, che bisognerà poi vedere da quanti stati sarà firmato. Se ne sta occupando l'Unione Europea che sulla tutela legale delle invenzioni biotecnologiche vuole emanare una direttiva, una legge, che per diventare, questa sì, obbligante nei confronti dei legislatori nazionali, deve poi essere approvata dal Consiglio dei ministri degli stati e dal Parlamento europeo. E se finora questa direttiva sulla tutela legale delle invenzioni bio-tecnologiche non è passata è perché il Parlamento europeo si è opposto, in particolare alla brevettabilità dell'uomo. Ma non è detto che questa posizione regga, perché la maggioranza qualificata, nel febbraio scorso, è stata raggiunta grazie a un pentimento all'ultimo minuto dell'Italia.

Allora, di che si tratta? Premetto che non sono un esperto, quindi non aspettatevi da me le cose che potrebbe dire un medico o un biologo o qualcosa del genere.

Credo che la questione che si sta trattando sia essenzialmente quella di quanto la trasmissione della vita, sia umana sia delle piante sia animale, avvenga secondo natura e quindi anche con tutti gli imprevisti, con tutte le imperfezioni, con tutte le correzioni e le modificazioni molto lente che la natura sin qui ha saputo generare, o se, viceversa, la trasmissione e la creazione di vita debba avvenire secondo criteri di utilizzabilità e quindi secondo standard di perfezione che in qualche modo possiamo fissare. Per esempio, gli standard di perfezione che possono essere ricercati nel caso delle piante possono riguardare la grandezza maggiore del frutto, la maggiore vistosità, una maggiore difesa contro parassiti, oppure la loro adattabilità a qualunque clima o, ancora, una maggiore altezza del fusto per permettere il passaggio del trattore o forme di raccolta meccanica, o la mancanza di noccioli che nella lavorazione disturbano. In pratica, cioè, quello che si chiede alle piante modificate geneticamente è che portino molti frutti e che diano poco disturbo e poco lavoro, che siano industrialmente ben lavorabili. Una volta che le piante possono essere ricreate secondo criteri di desiderabilità industriale o commerciale evidentemente il campo della loro brevettabilità è aperto.

Per gli animali vale sostanzialmente lo stesso discorso. Già oggi la riproduzione dei bovini, e in larga parte anche dei suini, avviene del tutto artificialmente attraverso la raccolta di seme e l'inseminazione artificiale ai fini di una programmazione degli animali secondo criteri anche qui di desiderabilità industriale e commerciale. Di un animale che non deve affrontare un'intera vita non interessano più caratteristiche come quella di essere resistente in condizioni avverse, di sapersi difendere, ma quelle di avere molta carne e poco grasso o quella di crescere in fretta eliminando tutto il tempo improduttivo nella sua vita.

Per quanto riguarda l'uomo, tutto ovviamente fa rabbrividire molto di più, perché una volta che si accettino criteri eugenetici, di definizione del tipo di umani che si vogliono mettere al mondo, è chiaro che chiunque abbia il potere di definizione potrà sbizzarrirsi. Qualcuno potrà dire che certi uomini devono essere muscolosi, che se sono destinati ad essere operai devono essere molto resistenti e magari potrebbero essere programmati a essere resistenti a certi climi, a certe malattie o anche, secondo criteri semplicemente di gusto estetico, che devono essere alti, biondi, con gli occhi celesti o che devono essere maschi o femmine. Purtroppo, già oggi, in paesi in cui i rispettivi regimi ammettono solo la nascita di un figlio, sappiamo che se la femmina viene tempestivamente individuata viene abortita.

Tutto questo futuro bio-tecnologico ha conseguenze enormi e forse non ancora avvertite dalla gran parte della gente.

La prima che dobbiamo citare è senz'altro quella etica perché voler assumere il potere, medico, politico o semplicemente economico, di scegliere che tipo di esseri viventi devono nascere e devono popolare il mondo e, quindi, di scegliere anche che tipo di esseri viventi non devono più riprodursi e devono sparire, significa veramente voler diventare come Dio. Io credo che qui si tocchi nel profondo il limite. Non è un caso che anche in tutta le leggende e mitologie l'idea dell'omunculus, cioè dell'uomo fatto in provetta o comunque dell'uomo fatto su misura, sia sempre stata in un certo senso l'estrema bestemmia, forse anche l'estremo del patto col diavolo. Quindi c'è un aspetto, quello etico, che mi pare sia prioritario. E finora, per quanto le culture, le religioni, e se vogliamo anche gli igienisti, si siano sforzati di dare ragionevolezza e anche di imbrigliare e di disciplinare la trasmissione di vita, di fatto la trasmissione di vita ha continuato ad avvenire in modo sostanzialmente anarchico. L'amore è anarchico nel senso che la scelta -chi si vuole accoppiare con chi- è anarchica. La stessa mobilità delle persone, il fatto, cioè, che uno nato in un certo clima, in una certa cultura, in un certo ambiente geografico, a un certo punto scelga, o sia costretto, ad andare altrove trasmette qualcosa, porta qualcosa con sé che, certo, può essere anche il vibrione del colera, che può essere anche la peste, ma che può essere anche un colore dei capelli o degli occhi in una zona del mondo in cui questi sono poco conosciuti o poco usuali. Ora, mi sembra che questo tipo di trasmissione di vita, che aveva anche la sua selezione, che ha visto tante speci scomparire, e non solo per l'intervento dell'uomo ma anche naturalmente, abbia mantenuto il suo cardine, il suo punto forte, in questa anarchia di fondo. Oggi, col tentativo di disciplinare in modo industriale, di distinguere industrialmente il sano dal malato, la vita che deve riprodursi dalla vita che non deve riprodursi, tocchiamo un limite estremo.

Un secondo aspetto importante mi pare sia quello naturale. E' chiaro che in questo modo la bio-diversità, che pure ancora nel vertice di Rio de Janeiro nel '92 si voleva sottoporre a tutela, è destinata a ridursi fortemente. E' un'esperienza molto semplice: se oggi andiamo al mercato, casomai accompagnati da una persona anziana, e guardiamo, che so, le mele che vengono offerte, per quante speci possono esserci perché abbiamo pure quelle del Cile, la persona anziana dirà invariabilmente: "quando ero giovane qui noi avevamo 20 varietà di mele, oggi non ci sono più". Il che vale nel campo del grano, nel campo della frutta e degli ortaggi, eccetera.

E' chiaro che la bio-diversità, quindi anche la quantità pressoché infinita di modi di adattamento all'ambiente che la natura ha sviluppato, in questo modo subisce una forte selezione a beneficio della produttività. Ora, è vero che questa selezione c'è sempre stata; gli allevatori o i coltivatori hanno sempre cercato di favorire certe speci, di selezionare, di fare incroci. Ma la differenza di fondo, mi pare, era doppia: in primo luogo la lentezza delle trasformazioni era tale che dava tutto il tempo di adattamento e dava anche tutto il tempo all'ambiente circostante di reagire, possibilità che nel caso delle bio-tecnologie e delle produzioni in laboratorio non c'è più. In secondo luogo l'adattamento che veniva fatto, gli incroci che venivano fatti, non portavano automaticamente alla sparizione delle altre speci, anche se nel tempo questo poteva avvenire. Se, per esempio, una certa varietà di rose ritenuta più di gusto, più di moda, a un certo punto, cadeva in disgrazia non veniva più coltivata e andava anche a deperire, però questo aveva i suoi correttivi nel fatto che queste scelte non erano in poche ma in molte mani, mentre ovviamente una volta che la chiave di tutto questo sta in poche o pochissime mani questo processo assume un carattere molto diverso.

E qui arriviamo al terzo aspetto. Dopo quello etico e quello biologico della bio-diversità c'è l'aspetto economico. Oggi questi interventi, già largamente praticati sulle piante e sempre più praticati sugli animali e sull'uomo, sono un campo in cui ormai da due decenni siamo a un livello tale di sofisticazione, a un livello tale di ricerca di laboratorio, di sperimentazione, di messa a punto di tecnologie, che chi lo compie non è più il singolo scienziato, non è più il laboratorio, l'istituto universitario, ma è sempre più qualcuno che deve avere anche i capitali necessari da investire e che a protezione di questi capitali esige il brevetto, esige l'esclusiva. Esige che la materia vivente isolata da questo e quel ricercatore e coltivata poi in laboratorio, modificata, eccetera, diventi proprietà, non solo intellettuale ma anche legalmente riconosciuta, che comporti, cioè, il pagamento di una licenza a chi replica. A questo punto siamo alla replicazione industriale di vita a pagamento, esattamente come avviene per esempio con i diritti d'autore di un libro dove ogni copia tirata di per sé dovrebbe dare un qualche vantaggio a chi ne è stato l'autore o l'editore.

Francamente l'idea di brevettare il corpo umano sembra ancora inverosimile...

Eppure questa brevettazione sta avanzando in modo inesorabile, negli Stati Uniti molto più che in Europa. Brevettazione vuol dire che sempre di più, per esempio, il contadino che semina o che alleva -ma in futuro anche la coppia o la persona singola che ricorre alla riproduzione artificiale di vita per assicurarsi dei figli che abbiano o non abbiano un rapporto ancora in qualche modo biologico- ovviamente dovrà pagare. Per ora la brevettazione si riferisce, per quanto ne sappia, a parti o derivati del corpo umano, nel caso di John Moore, per esempio, era una linea del suo Dna. In Italia abbiamo il caso di Limone del Garda, dove una particolare secrezione che può essere utile a scopi cardiologici si ritrova in più appartenenti della stessa famiglia e mi pare che anche questo sia stato brevettato. Una secrezione umana che a quel punto non appartiene più al regno della natura e neanche più alla disponibilità del singolo, le trascende e diventa proprietà prima, si dice, della scienza e poi di chi appunto trasforma la scienza in farmacologia, in bio-medicina. E' chiaro che stiamo passando a qualcosa di assolutamente nuovo: finora quello che è terapia medica -sia per la sua utilità sociale preminente che per la libertà stessa del medico di scegliere la terapia, di decidere se replicare una terapia vista da qualcun altro e, nel caso, di modificarla, migliorarla, adattarla- era sempre stato escluso dalla brevettabilità. Come, ovviamente, era escluso il corpo umano. Domani saremo nelle mani di chi ha la titolarità di simili brevetti.

D'altra parte non sarebbe la prima volta che l'industria espropria, o si appropria in suo favore, di un settore di attività umana fin lì esercitabile liberamente e gratuitamente. La comunicazione era gratis, però una volta che c'è un registratore di mezzo o un telefono, o un microfono, o tutto quello che è tecnica della comunicazione, una volta che gran parte della comunicazione non può più avvenire senza protesi tecniche, si deve pagare istituzionalmente un pedaggio all'industria della comunicazione e della telecomunicazione. Sino ad oggi la trasmissione di vita vegetale, animale e umana era in questo senso gratuita, cioè non era sottoposta a pagamento, non era commerciabile, invece ormai da due decenni nel regno delle piante e soprattutto delle sementi, da un decennio nel campo animale e ora in quello umano, non è più vero: la trasmissione di vita comincia ad essere soggetta a pagamento. E ho l'impressione che oggi sia già in corso una lotta gigantesca perché l'industria bio-tecnologica nel suo insieme sta diventando il ramo industriale maggiormente in sviluppo, non nel senso di maggiore fatturato, ma nel senso del settore più innovativo. Ora, la controversia sulla quale oggi il nostro gruppo verde all'interno del Parlamento europeo cerca di opporre e di sviluppare il massimo di resistenza riguarda la brevettabilità della vita in generale.

Pensiamo che dovrebbe essere esclusa per tutte le forme di vita: piante, animali e uomo. Sappiamo che questa sarà una battaglia persa perché si sta già discutendo "su dove collocare il paletto".

In Italia oggi è riconosciuto che comunque non dovrebbe essere sottoposto a brevetto il genoma umano, la possibilità di brevettare dei geni, qualcosa, cioè, che immetta nella linea cellulare modificazioni permanenti.

Questo per ora in Italia non è ammesso, ma già non è più incontestato perché si comincia a dire che potrebbe servire per eliminare malattie ereditarie, si comincia a dire "forse la famosa malattia di Alzheimer può essere eliminata attraverso un trattamento genetico".

E' chiaro che se si apre la strada del trattamento genetico diventerà via via più difficile fissare un limite: quando si discute cosa far vedere in tv e cosa non si può far vedere, in realtà siamo già vicini a vedere in diretta anche l'esecuzione capitale. E mi rendo conto che un atteggiamento come il mio può essere un po' simile a quello del cardinale di Galilei che dice "io non voglio guardare là dentro perché una volta che guardo magari mi si modifica tutta la mia visione del mondo", mi rendo conto di esprimere, cioè, una posizione di resistenza che può anche avere dell'ostinazione e che sicuramente nel mio caso è anche una resistenza troppo poco informata dal punto di vista scientifico. Ma credo anche di condividere la condizione del 99% della popolazione che non sa fino a che punto oggi è possibile intervenire e che quindi non potrebbe dire se il paletto deve stare più in qua o più in là e che esprime piuttosto una specie di diffidenza aprioristica: siamo andati già troppo avanti. Il caso di John Moore mi sembra un esempio eclatante: una persona che è diventata una specie di miniera farmacologica a sua insaputa. Penso che se su queste cose non ci sarà rapidamente una presa di coscienza dell'opinione pubblica e quindi di chi la informa, rischiamo di trovarci, in tempi molto più brevi di quanto non si pensi, di fronte a tutto un armamentario legale, scientifico e anche economico pronto per intervenire profondamente sulla struttura della vita in generale, anche in quella umana. E' un po' come la storia della bomba atomica: una volta che c'è è difficile che poi non venga usata.

Sembra una battaglia già persa. Dove ci si può agganciare?

La legge è un possibile scudo anche se abbiamo visto che in nessun caso la legge impedisce che avvengano omicidi o che avvengano sevizie. E' un limite, che però, già a livello internazionale, diventa molto precario perché basta che uno stato non aderisca alle convenzioni che sul suo territorio, anche legalmente, non si sarà obbligati a rispettare quel limite.

E le industrie sanno scegliere bene dove radicarsi. Ma se pensiamo all'adozione o alla cosa che purtroppo temo sia vera, al traffico di organi di bambini, vediamo che basta che da qualche parte un sistema legale sia appena un po' meno efficace perché diventi abbastanza facile comprare dei bambini, magari malati, fargli delle operazioni per cui i bambini muoiano e prelevare organi.

I predatori di organi pare che esistano già e non solo in paesi dell'America centrale e dell'America latina, ma forse anche altrove. E d'altra parte casi di chi ha sacrificato vite ritenute meno pregiate in favore di vite ritenute più pregiate si sono sempre avuti: nell'impero austroungarico era possibile che il ricco chiamato ad andare in guerra pagasse un povero perché andasse al suo posto.

Una volta che la vita umana sia considerata e dichiarata fungibile, quindi scambiabile e pagabile, diventa difficile capire dov'è il limite. Quindi la legge può esser uno scudo, ma relativamente debole e penso purtroppo che siamo appena all'inizio di una grande offensiva propagandistica che, proprio a partire dalle malattie e dalla ricerca contro le malattie, dall'incontestabile dato che c'è tanta sofferenza "inutile", comunque difficilmente spiegabile e tanto meno accettabile, e a partire dalla considerazione che tanto già viviamo in un ambiente fortemente artificializzato in cui non c'è nulla di naturale, tenti di far passare l'idea che siamo obbligati ad andare sempre più avanti sulla strada dell'artificializzazione, a tentare, cioè, di scacciare il diavolo con belzebù. La ripulsa dell'opinione pubblica potrebbe essere via via aggirata con discorsi sull'enfasi della scienza, ma anche lo stesso discorso eugenetico vediamo che ha oggi reazioni molto diverse nel mondo. E per una Germania, dove c'è un'opinione pubblica molto sensibile a questi temi perché ha subito come una vaccinazione -molti scienziati americani parlano oggi della sindrome tedesca come un ostacolo grave perché dicono che questi vedono il nazismo dappertutto-, abbiamo una America in cui la Corte Suprema della California ha dato torto a John Moore, pur stigmatizzando il fatto che sia stata carpita la sua buona fede, in nome del bene del progresso scientifico e della ricerca medica, e quindi della salute di altri. Ha detto che era giusto che la scienza si appropriasse degli organi o pezzi di organo di un uomo e prendesse poi il suo cammino.

Credo che la brevettabilità sia la condizione giuridico-economica per attrarre l'investimento di capitali e allora la lotta contro la brevettazione può essere quella più efficace, perché potrebbe avere, almeno teoricamente, lo stesso effetto previsto da chi sostiene che rendendo legale l'acquisto di droga almeno si distruggerebbe il mercato nero e si farebbero crollare i prezzi. Escludere il brevetto disincentiverebbe sicuramente l'investimento. Dopodiché ci può essere lo scienziato, ci può essere l'università, ci può essere il laboratorio, ci può essere la ditta che va avanti lo stesso, però l'aspettativa di profitti calerebbe molto.

C'è un dialogo con la Chiesa su questi temi?

Sì, la Chiesa, come anche altre fedi, su questo tema ha una sensibilità particolare. Ma tantissime volte, quando, su temi ambientali o su temi connessi alla bioetica, sulla convenzione bioetica, sulla brevettabilità, mi appellavo alle forze del cattolicesimo italiano, movimento per la vita compreso, mi sono spesso sentito dire: "bene, ma voi siete così sensibili per gli uccellini, per gli alberi, per le condizioni degli animali di allevamento, che dite 'meno suini più delfini', perché poi sull'aborto siete così insensibili?". E al di là di cosa ne pensi personalmente riconosco anche la fondatezza di questa obiezione, nel senso che credo che chi minimizza e chi considera l'aborto come un intervento moralmente indifferente, non abbia tanto titolo a ergersi altrove a protettore della vita. Però vedo una differenza molto importante che a mio giudizio, senza minimizzare affatto l'aborto, non si deve oscurare. Io credo che nel caso dell'aborto abbiamo un conflitto reale o almeno immaginario ma vissuto come reale tra due vite: la madre che si ritiene minacciata nella sua vita, non nel senso di morire, ma nella sua vita, da una nascita indesiderata, da un'altra vita che l'invade, e che prende una decisione etica, anche difficile, ma drammatica in cui è veramente in gioco la sua vita, non per interesse, o per vendere meglio.

E quindi se accetto che si rimproverino coloro che sono a favore della legalizzazione dell'aborto, come io continuo ad essere nonostante i molti dubbi che ho in proposito e sulla sua applicazione, penso che a volte i sostenitori del movimento per la vita brandiscano la questione dell'aborto come una specie di discrimine: chi non è per la punibilità dell'aborto non ha più titolo di dire nient'altro.

Credo che il fronte antiabortista, se posso permettermi, debba probabilmente allargare il suo sguardo sui diversi fronti della vita minacciata, e se può aver ragione che la mancata sensibilità sull'aborto fa parte di una diminuita sensibilità sulla vita e quindi di un atteggiamento incline a lasciar correre, debba ammettere che non è detto viceversa, che basti, cioè, la sensibilità sul problema dell'aborto per rendersi conto dove oggi la vita in generale sia più minacciata. In passato si diceva "quelli dell'aborto perché non intervengono sulle guerre o simili?", ma io non voglio dire che chi fa una cosa poi ne deve fare anche un'altra altrimenti non è credibile.

Credo solo che oggi il fronte delle bio-tecnologie e la questione della brevettabilità sia veramente il grimaldello per concentrare il controllo sulla vita in poche mani, che per di più sono economico-industriali. Credo che oggi si possa chiedere a chi è sensibile alla difesa della vita di impegnarsi su questo fronte decisivo.

a cura di Massimo Tesei e Gianni Saporetti