pro dialog

Alexander Langer

Contro ogni ipocrita rimozione

Troverei ipocrita - oltre che impossibile - ogni rimozione della grave questione dell’aborto da parte dei Verdi: non avevamo detto che volevamo parlare a nome delle piante, dei fiumi, degli animali, della madre-terra... di chi nelle istituzioni non ha parola e la cui vita e salute è intimamente legata alla nostra? Non avevamo detto che la terra ci era data in prestito dalle future generazioni?

Non avevamo scelto l’impegno di fondo di ridurre il peso e l’incidenza della violenza in tutte le sue forme?

E cosa risponderemo a chi ci domanda – come a me spesso è stato chiesto, e non sempre con malizia – come mai ci preoccupiamo dei ranocchi e della selvaggina, e non ci accorgiamo invece delle milioni di vite umane soppresse prima di venire alla luce del sole? Non potremo mica cavarcela – se non vogliamo ridurci a protezionisti senz’anima – distinguendo tra specie in estinzione e non!

Se l’obiettivo dei Verdi è quello di promuovere dunque condizioni “biofile”, più amiche e favorevoli alla vita, e di disinquinare la società dalle tante forme di violenza, non potremo riconoscere anche nella questione dell’aborto una delle molte e rilevanti “emergenze-vita”. Per giunta è un’emergenza che ci tocca molto da vicino, perché – come poche altre – alla fin fine si risolve in maniera decisiva e definitiva attraverso una scelta diretta e personale – soprattutto, ma non solo, della donna.

E non ci si può neanche sottrarre a questa sfida, affermando che si tratta di un problema tutto sommato poco rilevante o marginale da un punto di vista ecologico, a meno di non ridurre l’ecologia a biologismo o ad insieme di tecniche di conservazione ambientale. Proprio per chi propone un’etica dell’autolimitazione – personale, di civiltà e di specie – in nome del rispetto di equilibri che non vogliamo ritenere a disposizione dell’arbitrio del più forte, anche la volontaria interruzione di gravidanza dovrebbe costituire oggetto di valutazione in questa chiave.

Né si potrebbe sostenere che la questione sia solo “delle donne”, o meglio, come questa dizione un po’ sloganistica in realtà vorrebbe far intendere, dei movimenti femministi: senza disconoscere la fondamentale signoria delle donne – potenziali madri o non madri - sulla trasmissione della vita umana, sarebbe tutto falso e tutto riduttivo non vedere una forte compartecipazione anche maschile sulla questione: magari sotto la dolorosa forma dell’assistenza, dell’abbandono, della latitanza… (della maggior parte degli aborti risulterebbero perlomeno “beneficiari”, se non istigatori i maschi). E, più in generale, non si potrebbe negare un forte interesse sociale non circoscrivibile alle sole donne, i cui movimenti hanno tuttavia cominciato negli ultimi decenni a prendere coscienza e ad intervenire da protagonisti in modo nuovo e con profondi e non certo ancora assestati sconvolgimenti sui rapporti tra donne e uomini nella nostra civiltà.

E se un presuntuoso e spocchioso comunicato di taluni dignitari verdi nel 1987 aveva tentato di affermare - sotto certe pressioni politico-elettorali – che la questione dell’aborto era stata risolta una volta per sempre dalla storia e che era inutile tornarci su, potevano – al massimo – volersi riferire all’aspetto legale della faccenda: ma la questione è molto più profonda, e tutto sommato il riferimento alla legalizzazione (ed ai limiti legali) dell’interruzione volontaria della gravidanza è fuorviante in una discussione che innanzitutto ha da essere etica, riferita cioè ai valori ed alle scelte di comportamento e di giudizio. Gridare allo scandalo, non appena qualcuno prende in bocca la parola aborto (è successo a me, dal 1986, ma da allora anche a ben altri calibri, da Natta ad Amato…) e contestargli/le la mancanza di titolo per legittimare ogni contributo che non provenga dalle file del c.d. “movimento delle donne” o sostenere che qualunque apertura di riflessione, magari (auto)critica, non può che incoraggiare rivincite ostili alle donne ed ai loro diritti, dimostra una coda di paglia che non giova alle ragioni vere e profonde delle donne in generale, e di quelle che consapevolmente scelgono di abortire o comunque di voler considerare questa possibilità come un loro diritto, in particolare. Non sono i divieti di ragionare che rafforzano le ragioni di chi ne ha.

 

 

Per un’etica “biofila”

Dirò, dunque, che sono arrivato alla convinzione che la cultura verde non può rinunciare a far sua la difesa anche della vita umana concepita, non ancora nata. Senza isolare questa tematica – né in positivo, esaltandola e collocandola al centro, né in negativo, pensandoci solo con estremo imbarazzo e quando proprio non se ne può fare a meno – dall’insieme delle attenzioni e degli impegni “liofili” del movimento verde.

Dicendo questo, non penso in primo luogo a questioni legislative, e certamente non ad alcun ritorno alla criminalizzazione dell’aborto. Anzi, sarei per la massima de-statalizzazione, trovando del tutto assurdo che lo Stato debba o possa gestire solo lui “il servizio” (di interruzione di gravidanza) e fuori luogo che debba dettare norme su quando è lecito e quando no.

Occorre invece, e potrebbe rivelarsi di grande efficacia (non solo testimoniale), un contributo verde ad un mutamento di cultura e di valori sulla questione dell’aborto. Dall’indubbia minimizzazione etica della scelta dell’interruzione volontaria di gravidanza – dovuta non sempre ad indifferenza morale, ma qualche volta al fatto che la (giusta) lotta contro l’aborto clandestino e di classe ha appannato altri aspetti del problema – si dovrà arrivare invece ad una sensibilizzazione che forse proprio l’ecologismo potrebbe aiutare a compiere, intorno alla questione del valore della vita concepita e della grande ed arbitraria violenza che significa impedirle di nascere.

Senza, tuttavia, semplificare e tagliare con l’accetta, come talvolta altri fanno: il valore della vita (anche psichica, anche morale, anche sociale… ) della madre, e la grande e arbitraria violenza che a volte una gravidanza indesiderata comportano, non consentono alcuna soluzione schematica o casistica; ma è indubbio che oggi domina in larghi strati un livello di insensibilità che di per sé può favorire scelte non ponderate e comunque non certo “biofile”.

Non si potrà chiedere alla “ragione ecologista” un metro di giudizio o addirittura un codice normativo bell’e pronto per risolvere ogni singolo dilemma. Ma le si può, e si deve, chiedere un contributo a ri-proporzionare nella cultura pubblica e nell’etica sociale e civile il valore della vita concepita, rispetta ad altri valori che oggi (non in passato) hanno trovato un loro giusto, ma assai unilaterale, riconoscimento, come per esempio quello dell’autodeterminazione della donna.

Proprio l’etica del limite e della difesa di una natura diventata debole e soccombente a fronte della potenza tecnologica ed al dominio economico, deve farsi valere anche sulla questione dell’aborto. Senza confondere, naturalmente, le donne e gli uomini coinvolti in una simile decisione con altri e reali “nemici strutturali” della vita. Chi con senso di responsabilità si pone personalmente e drammaticamente di fronte alla scelta se donare una vita già avviata o invece impedirle di nascere (per mille diversi e spesso assai forti motivi) non può essere giudicato alla stregua del distruttore o inquinatore per profitto, per potere o per inimicizia. Chi invece, di fronte alla vita nascente, ragiona con la mentalità dell’“usa e getta”, difficilmente potrebbe poi in altre circostanze rivendicare credibilità ecologica.

 

Il fulcro non è mai legislazione

Certo, evitare e ridurre il ricorso all’aborto comporta numerosi presupposti e cambiamenti di ordine sociale, culturale ed anche economico: dall’educazione sessuale alla prevenzione di gravidanze indesiderate, dalla difficile ricerca di una morale sessuale accettabile alle questioni di accoglienza di esseri umani inizialmente non voluti, ma fatti ugualmente nascere per scelta etica o biologica.

Ma non ci potrà essere nessuna delega alla “tecnica sessuale” (o contraccettiva, o assistenziale) e tanto meno alla legge ed allo stato per modificare nel profondo la cornice entro la quale si dovranno pur sempre situare delle decisioni libere e personali, che perderebbero – oltretutto – ogni valore morale se fossero prese solo per paura di sanzioni penali o sociali.

Ecco perché non vedrei i verdi impegnati a rivedere la legislazione pubblica in senso “anti-abortista”, se ciò significasse reintrodurre divieti, controlli, sanzioni, limiti di tempo, casistiche, certificati, esami delle condizioni sociali o psichiche o economiche o sanitarie… mentre li vedrei partecipi o protagonisti di una vasta e complessa iniziativa di rivalutazione culturale e sociale della vita concepita, non ancora nata, e di prevenzione etica dell’aborto – senza, ripeto, permettere ad alcuno di sostituirsi alla donna interessata o di sindacare la scelta.

Non mi nascondo, naturalmente, che tutta la questione dell’aborto è fortemente ipotecata dallo scontro politico e ideologico che intorno si è svolto e si svolge ancora.

I campioni della battaglia “contro l’aborto” (ed, in genere, contro la sua legalizzazione) troppe volte danno l’impressione di combattere tra le numerosissime forme di violenza contro la vita solo quella di chi abortisce. E mentre a molti di loro sembrano leciti giudizi assoluti sull’atto di chi interrompe la vita di un nascituro, trionfa poi il possibilismo o addirittura l’indifferenza – fino alla vera e propria connivenza – quando si tratta di affrontare le moltissime massicce e spesso più sofisticate forme di aggressione alla vita: dagli armamenti alla fame, dalle politiche bancarie a quelle energetiche, dall’economia alle tecnologie.

In questo senso si può dire che frequentemente l’unilateralismo degli “anti-abortisti” ha fatto da ottimo alibi a chi non voleva neanche prendere in considerazione seria la questione dell’aborto o viceversa: il rifiuto di considerare l’aborto un problema da porre anche alla coscienza per esempio ecologista, opposto da molti verdi, ha praticamente esonerato gli “anti-abortisti” dal confrontarsi seriamente con altri problemi posti dai verdi (come il nucleare, o, più in generale, la questione della “conversione ecologica”), deformando e riducendo le problematiche poste dai verdi a questioncelle naturaliste o a una specie di hobby ambientalista. E persino il grande e spaventoso problema delle manipolazioni genetiche e di tutta la c.d. bio-ingegneria finisce per essere posto solo come questione di fede (religiosa, o nel progresso, o nella tecnologia, ecc.), invece che essere percepito come una drammatica soglia che l’umanità rischia di varcare – ed in parte ha già varcato – con conseguenze inimmaginabili anche da un punto di vista “di specie” o ecologico.

 

Contributo verde ad un’inversione di tendenza

Se penso, quindi, che affrontare in un’ottica “biofila” la questione dell’aborto - senza negare né l'irriducibile autono­mia personale di ogni decisione in propo­sito, né il carattere di (vera o presunta) "legittima difesa" che la decisione di abortire spesso riveste - sia doveroso anche per i verdi, non credo che ne debba conseguire alcuna posizione contraria alle donne, alla loro autonoma determinazio­ne, ad un'etica di libere e consapevoli scelte di comportamento sessuale ed inter­personale in genere, né tanto meno che ne debba derivare un impegno in favore di modificazioni repressive o comunque sta­taliste della legislazione.

Basterebbe forse, come contributo vali­do ad un'inversione di rotta, un sostanzio­so apporto verde ad un'affermazione di quell'etica "biofila" cui sopra accennavo: assumere e far proprio l'obiettivo di ridurre complessivamente la carica di violenza e di arbitrio degli esseri viventi contro altri esseri viventi; schierarsi dalla parte dei più deboli nelle diverse "emer­genze-vita" che si stanno moltiplicando, ed in particolare di coloro che non sono rappresentati (e forse neanche compiutamente rappresentabili) a nessun tavolo di negoziazione tra parti contraenti; acco­gliere la sfida di tutti coloro che hanno deciso - per ragioni profonde ed in maniera non strumentale - di dare voce a vite che poco o nulla pesano “sul merca­to” (dai non-nati agli animali, dagli handicappati agli anziani, dai popoli indigeni alle future generazioni minaccia­te dai disastri ecologici che lasciamo loro in eredità) ed accettare di inter-agire con loro, senza illudersi che esistano soluzioni­ facili o che bastino le affermazioni di principio per ridurre davvero l'incidenza delle imposizioni violente e dettate dal trionfo dell'economia e delle diverse "leggi dei più forti".

Chiunque agirà in questo senso, avrà diritto di chiedere agli altri protagonisti di simili battaglie di misurarsi con quella particolare "emergenza-vita", di cui si è fatto carico, e di ricercare insieme condi­zioni e modalità per rafforzare le ragioni generali della vita contro le ragioni della forza (economica o politica o militare o di specie o sessuale...). Chi invece, saprà cogliere nelle altrui battaglie per la vita (contro il nucleare, contro l’aborto, contro la manipolazione genetica, contro il mili­tarismo, contro il dominio sessista, ecc.) solo gli aspetti ideologici o strumentali, e non saprà interloquire nel profondo con le ragioni che vi stanno alla base, si vedrà inevitabilmente condannato ad essere po­co ascoltato e poco creduto ed a riprodur­re sterilmente schieramenti ed incom­prensioni paralizzanti. Spero che ai verdi non succeda questo.

  Azione nonviolenta, giugno 1988