pro dialog

Alexander Langer

Meno è meglio , ripensando a rio '92

Tentato da un furbesco "passata la festa, gabbato lo santo", qualcuno potrebbe incorrere nella tentazione di archiviare al più presto - tra le tante cose - anche la Eco '92, la Conferenza ONU su ambiente e sviluppo celebratasi a Rio de Janeiro all'inizio di giugno.

Onde esorcizzare adeguatamente questo pericolo, Azione Nonviolenta ha raccolto su Rio e dintorni l'opinione dell'eurodeputato Alexander Langer (Gruppo Verde), l'autorevole collaboratore della rivista e rappresentante della Campagna Nord/Sud che ha partecipato ai lavori della Conferenza di Rio (UNCED) e del parallelo Global Forum Indetto dalle organizzazioni non governative.


Quali erano le aspettative ambientaliste prima di Rio e come valuti ora i risultati della Conferenza ufficiale?

Era lecito aspettarsi, dopo due anni di lavori preparatori ed il coinvolgimento di tutti i governi e migliaia di organismi non governativi in tutto il mondo, un grande e serio cambiamento di rotta: sembrava scelta bene la coincidenza dell'UNCED con il cinquecentenario dell'inizio della grande colonizzazione europea del mondo, a partire dall'impresa di Cristoforo Colombo, e la sua ubicazione nell'America Latina, come chiaro messaggio in questo senso. Venti anni dopo la prima Conferenza ONU sull'ambiente, quella di Stoccolma del 1972, dall'analisi bisognava passare ai comportamenti concreti. Forse era troppo attendersi una sorta di grande "Trattato di Pace tra gli uomini e la natura", a conclusione di mezzo secolo di guerra fredda e di blocchi politico- militari contrapposti, ma almeno un punto fermo per la salvaguardia della biosfera doveva venirne fuori.
Invece alla fine hanno prevalso meschini interessi di breve periodo. Inoltre si sono voluti escludere dalla trattativa argomenti importantissimi - dalla tutela degli oceani e della vita acquatica ala questione nucleare e delle scorie atomiche; dal risanamento ecologico dell'agricoltura nei paesi sviluppati alla tutela del suolo - ed anche su quelli rimasti in gioco alla fine non si è andati oltre impegni generici.

Il divario tra nord e Sud del pianeta è stato uno degli assi centrali di confronto in seno alla Conferenza di rio: come hanno giocato i diversi interessi sul tavolo negoziale?

I Paesi del Nord non hanno voluto penalizzare le proprie industrie ed i propri commerci, accettando - per esempio - di pagare prezzi più equi per le materie prime e per gli eccessivi consumi energetici, e non hanno nemmeno accettato un concreto programma di riduzione del proprio impatto nocivo sulla biosfera (inquinamento, emissioni industriali e da traffico, rifiuti, ...), ed i governi del Sud sono rimasti preoccupati di vedersi limitare il proprio "sviluppo" da una più netta svolta ecologica che avrebbe compromesso, anche per loro, lo sfruttamento delle loro risorse, magari, dietro compenso equo. Il rifiuto statunitense di firmare la Convenzione a tutela della biodiversità e la marcia indietro della Comunità europea sull'introduzione di una tassa, anche unilaterale, sulle emissioni di gas derivanti dall'eccessivo consumo di energia, hanno molto indebolito i risultati pratici di Rio.
Ma nonostante i ristretti e spesso solo generici impegni firmati fra gli Stati, non si deve sottovalutare l'effetto politico e morale dell'evento si sé, e della Dichiarazione di Rio. E' stata riconosciuta, solennemente, l'urgenza di cambiare alcuni aspetti essenziali della nostra civiltà troppo vorace e frettolosa, ed anche se gli USA non erano certo i soli a "non considerare negoziabile il nostro stile di vita", si è capito benissimo che proprio qui risiede e sempre più risiederà la questione cruciale: che il pianeta non sopporta una civilizzazione, ormai diffusa su tutto il globo, che considera la natura e l'ambiente come appendice delle proprie tecnologie e che pensa che le pretese della specie umana nei confronti del resto del mondo vivente siano aumentabili a volontà.

Sull'altro versante, che significato ha avuto il "Global Forum"?

Il fatto stesso che migliaia di cittadini del Sud e del Nord, a nome di migliaia di organismi piccoli e grandi, si siano conosciuti ed abbiano cooperato per due settimane a Rio e spesso sin dai lavori preparatori, è una novità assoluta e positiva. L'idea, poi, di negoziare e concludere una trentina di "trattati alternativi" che prefigurano gli impegni che la gente del Sud e del Nord può cominciare ad attuare, anche senza attendere i governi, per rendere più compatibile il nostro sviluppo con i limiti posti dalla natura, è un risultato formidabile. Così per la prima volta si potranno avanzare in tutto il mondo proposte e rivendicazioni verificate tra gruppi impegnati del Sud e del Nord - dal ripristino di una pesca sostenibile alla riduzione della motorizzazione al Nord, dal rispetto per i saperi e le culture indigene alla priorità del debito ecologico su quello finanziario. Il modello di fondo che si è imposto è quello di veri e propri patti, di alleanze tra la gente del sud e del Nord, riconoscendo, nei propri comportamenti, una vera interdipendenza: un'automobile in più al Nord significa togliere questa possibilità a molti nel sud, e così via.

Il Parlamento europeo ha preso una posizione netta a sostegno dell'UNCED. Sono previste altre iniziative in campo ambientale?

Tradizionalmente il P.E. sui temi ambientali e Nord-Sud assume posizioni piuttosto avanzate: dopo il ritiro dell'impegno comunitario sulla "tassa sull'energia" non solo il commissario europeo, Carlo ripa di Meana, ha - giustamente - rifiutato di andare a Rio de Janeiro, ma in Parlamento il gruppo verde ha raccolto le firme per una mozione di censura contro la Commissione. Ora il Parlamento andrà avanti sulla sua strada, e sta preparando un rapporto ed una risoluzione sui risultati del vertice di Rio. Il P.E. chiaramente ha proposto di assumere impegni anche unilaterali nella Comunità europea, senza farli dipendere dagli altri paesi dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), che raggruppa i 24 paesi economicamente avanzati dell'Occidente.

Come possono i G-7 ed in generale i paesi del Nord cambiare concretamente l'indirizzo economico a favore dell'ambiente?

A loro, direi, è chiesto soprattutto un non-fare, un fare-meno, ancor più che un fare o spendere. "Meno è meglio" diventa il motto di questa correzzione di rotta: ridurre l'impatto della nostra civiltà industrializzata sull'ambiente, meno chimica, meno traffico, meno consumi energetici, meno rifiuti, meno cemento, meno velocità, meno sprechi, meno armamenti ... E poi naturalmente è chiesto un impegno per la giustizia tra i popoli: se vogliamo impedire che i popoli del Sud, che ormai sono rimasti custodi di gran parte del patrimonio naturale superstite, facciano come abbiamo fatto noi, trasformando in denaro un'eredità comune a tutti i viventi, dovremo compensarli per le rinunce allo sfruttamento delle risorse che compiranno anche nel loro interesse. Si potrebbe partire dal riconoscimento concreto che il debito dei paesi industrializzati verso la natura è molto più pesante di quello del terzo mondo verso le banche, e quindi scegliere una politica di riequilibrio drastico su entrambi questi fronti.

Che riflesso potrà avere la Conferenza sui paesi in via di sviluppo?

La nuova priorità ecologica prima non era sempre percepita come tale dai governi del terzo mondo (anche perché spesso i popoli indigeni ed i gruppi più sensibili su questo tema non hanno voce in capitolo). Ora, dopo Rio, qualcosa potrà cambiare. Gli indios sudamericani ci dicevano: "la vostra nuova sensibilità ambientale vi porta molto più vicino a quelle che sono le nostre religioni e culture tradizionali, assai legate alla Madre Terra; era ora che anche voi ci arrivaste ...", e penso che ciò peserà anche sui loro governi.
In generale penso che il Sud sia rimasto - a ragione - molto deluso dal Nord, che dopo tanto parlare di priorità ambientale non ne ha voluto trarre le conseguenze, scegliendo invece la strada del ricatto economico. Tale strada è assai pericolosa, e se si sceglie una politica di contrapposizione e di ricatto, come l'atteggiamento degli USA sembra indicare, si potrebbe arrivare molto presto ad un reciproco ricatto Nord-Sud, con "denaro, armi e tecnologia" da una parte, "ambiente e figli" dall'altra, e con una nuova politica di deterrenza e di poker con il rischio ambientale. Sta qui il maggiore interrogativo lasciato insoluto dall'UNCED per aver avuto la forza di scegliere realmente una politica di condivisione, di cooperazione e quindi di vero riequilibrio, anche economico.