pro dialog

Alexander Langer

Sviluppo? basta! - la scelta è tra espansione e contrazione
Questo testo che ricapitola le linee essenziali degli interventi di Alexander Langer al convegno "Sviluppo? Basta! A tutto c'è un limite" è stato messo per iscritto a distanza di tempo dal convegno stesso e quindi non è necessariamente in tutto e per tutto identico agli interventi orali pronunciati a Verona)

Ci sono oggi molte buone ed urgenti ragioni per ripensare a fondo la questione dello sviluppo, da qualche decennio obiettivo-principe incontrastato di tutte le diverse politiche (con segni anche molto differenti tra loro) che sul pianeta si affermano o si praticano "a beneficio dell'umanità". Mentre appare controverso il valore dei diritti umani e democratici, o il ruolo del capitale privato o di Stato nella direzione dell'economia, o la scelta tra diverse possibili opzioni di politica estera, sembra invece assodato un generale consenso verso l'obiettivo dello sviluppo: fare uscire dall'arretratezza le società o i settori sociali e geografici che vi si attardano ed avviarli all'integrazione nella moderna civiltà industriale ed alla crescita economica sembra universalmente ed unanimamente riconosciuto come desiderabile e necessario. Tanto che anche le analisi più critiche e più consapevoli dei "limiti dello sviluppo" che ormai si producono a livello mondiale - come per esempio l'autorevole rapporto Brundlandt delle Nazioni Unite - non mettono realmente in dubbio questo traguardo che si pretenderebbe situato univocamente in "direzione della storia" , ma semmai ne postulano la mitigazione e la qualificazione in nome dell'eco-compatibilità.
Tra le nuove ragioni che urgentemente ci chiedono di interrogarci se questa presunta ovvietà civilizzatrice sia davvero accettabile e da procrastinare, ricorderei soprattutto le seguenti:
- La liberazione dell'est europeo dalla compressione sinora sofferta a causa dei regimi del "socialismo reale";
- L'andamento della crescita demografica mondiale ed i movimenti migratori che gli squilibri del mondo inducono;
- I dati della crisi ecologica (catastrofe climatica, strato d'ozono, desertificazione, deforestazione, ecc.);
- La perdita di qualità della vita e di autonomia delle persone e delle comunità anche nelle fortezze dello sviluppo.
Se le società dell'est europeo ora faranno di tutto per rincorrere in poco tempo il nostro modello di produzione, di consumi e di vita, lo "stress" cui è sottoposto il pianeta sarà ancora molto più grave. Se nel sud del mondo si seguiranno anche solo alcuni dei nostri cattivi esempi (p. es. in tema di consumi energetici, di motorizzazione, di cementificazione dei suoli, ecc.) e se chi non può o non vuole aspettare i decenni che ancora mancano a questo traguardo, per intanto tenterà la via dell'emigrazione verso il nord, nuovi fattori di accelerazione della corsa al collasso si aggiungeranno. Qualcuno pensa che l'ulteriore artificializzazione e tecnicizzazione del mondo potrà dare la necessarie risposte correttive (filtri, depuratori, controllo delle nascita, tecnologie del disinquinamento, biotecnologie, rifiuti nello spazio o in fondo ai mari...); qualcuno aggiunge più crudamente che in ogni caso occorrerà cingere di muri ben alti e robusti la civiltà dell'abbondanza perché non ce ne sarà per tutti e non ci dev'essere neanche se non vogliamo l'infarto del pianeta.
Ci troviamo dunque - in termini netti e semplici - al bivio tra due scelte alternative: tentare di perfezionare e prolungare la via dello sviluppo, cercando di fronteggiare con più raffinate tecniche di dominio della natura e degli uomini le contraddizioni sempre più gravi che emergono (basti pensare all'attuale scontro sul petrolio) o invece tentare di congedarci dalla corsa verso il "più grande, più alto, più forte, più veloce", chiamata sviluppo per ri-elaborare gli elementi di una civiltà "più "moderata" (più frugale, forse, più semplice, meno avida) e più tollerabile nel suo impatto verso la natura, verso i settori poveri dell'umanità, verso le future generazioni e verso la stessa "bio-diversità" (anche culturale) degli esseri viventi. La chiamerei una scelta tra espansione e contrazione - ben sapendo che per chi si trova sull'aereo in volo non esiste un immediato freno d'arresto, ma semmai solo la faticosa ricerca di un atterraggio morbido. E che entrambe hanno i loro costi: solo che la prima li fa pagare ad altri (lontani nello spazio e nel tempo), mentre la seconda se li assume e punta al ripianamento del nostro debito verso la biosfera.
Una scelta di espansione (che sarebbe poi quella che già è insita nelle strutture e nelle politiche attualmente dominanti) - dobbiamo saperlo - è una scelta di riarmo; una scelta di contrazione è una scelta di disarmo - con tutte le difficoltà del caso e tutta le necessaria gradualità per evitare bruschi scompensi e nuovi e pericolosi squilibri. E la quintessenza della scelta ecologica mi pare stia oggi proprio in questo: come arrivare a far compiere alle nostre società (del "nord", dell'occidente) una profonda opzione di auto-limitazione e di contrazione, come scoraggiare l'est a puntare in tempi brevi a forzare uno sviluppo simile al nostro, e come aiutare il sud a non identificare la sua emancipazione nell'integrazione (del tutto subalterna, del resto) nella nostra "espansione"? Dove - ovviamente - questi tre aspetti agiscono a cascata tra loro, e senza riuscire a trovare risposte alla prima domanda, difficilmente se ne troveranno alla seconda ed alla terza.
Se prendiamo sul serio i vari gridi di allarme sulla salute del pianeta, una scelta di contrazione (=di auto-limitazione) nella nostra parte di mondo sviluppato si impone urgentemente, di tutta evidenza. Ma le varie conferenze sull'ozono e sul clima, sui mari o sull'energia producono quasi solo generiche dichiarazioni di intenti. Dobbiamo quindi cominciare, con fermezza, a misurare la bontà di una politica non più dai tassi di crescita (della spesa, della produzione, dei consumi, degli investimenti, degli scambi, ecc.) ma da quelli di decremento, e dire che vogliamo in tempi brevi e misurabili una conversione ecologica che si manifesti anche in concrete riduzioni (motorizzazione, inquinamento, chimica nei suoli, eccedenze agricole, volumi costruiti e superfici sigillate, ecc.) Un compito impopolare, a prima vista, e non facile, che comporta sin dal più modesto consiglio comunale, ma anche dalle nostre personali scelte di acquisti, di trasporto, di alimentazione, di imballaggio, di riscaldamento ecc. sino alle grandi scelte degli Stati, delle industrie, delle organizzazioni internazionali, ecc. una inversione di rotta di 180 gradi.
"Meno invece che più" come programma di contrazione non va disgiunto dal "vivere meglio con meno": la qualità ecologica e sociale e culturale (l'armonia con la natura, lo sviluppo di rapporti sociali più conviviali, le molteplici risorse di identità ed auto-realizzazione...) della nostra vita personale e comunitaria non dipende in primo luogo dalle quantità materiali. Una scelta di sobrietà e di semplicità non richiede necessariamente un'attitudine di rigorismo auto-punitivo, ed il campo di scelte di contrazione materiale che aprono strade di espansione spirituale è tanto vasto quanto poco esplorato attualmente (se non da piccole minoranze o da settori sociali "residuali" o marginali: si pensi ai contadini di montagna o ad aree del sud dove ancora si sa vivere con poco senza per questo essere infelici). Forse la nostra stessa magari a volte insana - voglia di "interventismo nella storia" potrebbe, con successo, applicarsi alla promozione di scelte di contrazione, invece che arrabattarci a correggere le virgole a politiche di espansione, nel vano tentativo di limitarne i danni. Magari sarebbe anche questa una forma di quella compassione di cui qui si è parlato e di un nuovo intreccio tra solidarietà ed egoismo: di fronte alla malferma salute della biosfera, le scelte che fanno bene al pianeta, sono per forza di cose anche scelte che fanno bene a noi stessi: passare da modelli di vita dissipatori e squilibranti a modelli più rispettosi degli equilibri e della capacità di rigenerazione della natura, non è altruismo eroico, ma "sacro egoismo" tra i meglio investiti.
In questo senso forse va anche tenuto conto che la migliore motivazione per una scelta di conversione ecologica non è necessariamente la paura delle catastrofi (spesso così tronfiamente annunciate dai verdi), né solo la pur necessaria spinta etica (o spirituale o religiosa o psicologica...), ma anche una consapevole e qualificata volontà di vivere bene.
Per avvicinarci a modi di vedere e di vivere nella direzione indicata, e per tener conto in tutto quello che facciamo delle ragioni non solo del nord industrializzato, ma anche di quei 3/4 dell'umanità che sono nostri creditori, bisognerà d'ora in poi fare sempre quel che abbiamo tentato di realizzare in questo convegno: affrontare i problemi insieme da almeno tre punti di vista, quelli elaborati nel nord (nell'Occidente, nei paesi sviluppati e prosperi), all'est (nei paesi ex-comunisti) e nel sud (nel cosiddetto terzo mondo). Una triangolazione necessaria per giungere a visioni meno parziali ed egoistiche.
Forse in questo modo ci renderemmo anche conto che la rinuncia alla rincorsa dello sviluppo non sarà solo una scelta lungimirante e sapientemente generosa ed egoistica insieme, ma che nel mondo (ed anche in Europa) è alto e forse addirittura in crescita il numero di coloro che comunque non troveranno posto sul treno dello sviluppo e che quindi - insieme a noi - saranno fortemente motivati a cercare possibilità di vita alternative: più semplici, più conviviali, più compatibili con la salute del pianeta.

Alexander Langer