pro dialog

Alexander Langer

Chico Mendes: delitto nella foresta
"Quem desmata, mata": chi deforesta, uccide. Questo slogan dei verdi brasiliani si manifesta oggi in tutta la sua drammaticità nella vastissima regione amazzonica.

L'Amazzonia brasiliana, che comprende i territori di nove stati federali, e grande 18 volte l'Italia, ed il solo stato dell'Amazonas si estende per oltre 1,5 milioni di chilometri quadrati. "Ma andando avanti di questo passo, anche senza ipotizzare ulteriori ritmi di crescita del disboscamento, la foresta tropicale durerà solo fino all'anno 2007: dal 1950 al 1980 ne è stato amputato un 15 per cento, ed altrettanto dal 1980 ad oggi", avverte allarmato il più noto ecologista brasiliano, José Lutzemberger. "Ma non sono solo gli alberi a morire: nella foresta amazzonica vivono circa due terzi dei popoli indigeni sopravvissuti a cinquecento anni di colonizzazione e di genocidio. Ormai gli "Indios" di quest'area sono solo 230 mila, dei 5 milioni circa che erano all'arrivo dei bianchi, nel 1500. E a farli morire non ci pensa solo la dinamica intrinseca dei "grandi progetti" minerari, idroelettrici ed agro-pastorali: è che vengono proprio ammazzati. Oltre alle malattie dei "civilizzati", all'alcool, all'immiserimento conseguente al loro trasferimento forzato in nuovi villaggi, ci pensano i pistoleros dei fazendeiros ed i cercatori d'oro, i soldati e qualche volta persino i coloni senza terra esasperati e mandati avanti in questa guerra tra poverissimi". Chi ci racconta questi fatti, nel corso di un convegno a Manaus tra operatori pastorali e sociali, è un missionario italiano che ormai ha votato la sua vita alla causa indigena brasiliana. Angelo Pansa è un frate saveriano, avventuroso esploratore delle innumerevoli "igarapé e igapo" (corsi d'acqua interni) nella regione abitata da popoli Xingu, nella zona di Altamira nel Parà. Fa parte del "Conselho Indigenista Missionario" (Cimi) del quale l'"Uniao das Nacoes Indigenas" (Uni) tende a fidarsi molto più che dell'ente governativo che dovrebbe tutelare le popolazioni indigene, il Funai, che è un'emanazione del ministero degli Interni. Ma mentre padre Pansa dagli indigeni è considerato una voce autorevole e sempre documentatissima, i suoi superiori religiosi ne sembrano imbarazzati, tanto da avergli vietato di partecipare ad una trasmissione in diretta della Rai con Sergio Zavoli. Pansa non si turba: "Ho parlato di queste cose a convegni internazionali a Ginevra e a Vienna, sono stato invitato a testimoniare davanti al Tribunale Russell internazionale che in settembre giudicherà a Berlino le politiche del Fondo monetario e della Banca mondiale. Qui a Manaus le mie denunce sono condivise anche da altri missionari. Pensi, il mio vescovo, che e poi il presidente del Cimi, e talmente impegnato nella battaglia a fianco degli indigeni che ha subito un "incidente"-attentato il 16 ottobre 1987 che per poco non gli e costato la vita, come invece e successo al suo accompagnatore gesuita". Ed effettivamente il vescovo Erwin Krautler, "brasiliano nato in Austria", come ama definirsi, soffre ancora visibilmente dei postumi di quell'incidente. "Non ho nessuna intenzione di colmare una lacuna nel mio curriculum, che sarebbe il martirio, anzi, amo la vita profondamente. Ma e necessario richiamare l'attenzione per altri possibili attentati contro i leader indigeni, i leader del popolo e contro la stessa Chiesa". Quella che attualmente e in corso nel nord del Brasile è in effetti una gigantesca battaglia per la terra. La posta in gioco e altissima: nientemeno che la cassaforte biologica, il polmone stesso dell'umanità. Se la foresta tropicale copre appena il 7 per cento della superficie emersa del nostro pianeta, il Brasile ne detiene quasi un terzo. Almeno la meta delle specie viventi molte delle quali non ancora studiate si trova nelle foreste tropicali: nella sola Amazzonia circa un milione di specie animali e vegetali, tra cui 2500 specie di alberi, 1800 di uccelli, 2000 di pesci. Un solo fiume amazzonico contiene più varietà di pesci che tutte le acque dolci degli Stati Uniti messe insieme. Le foreste regolano l'equilibrio climatico locale e mondiale e sono fucine di importantissimi processi biosferici: di fotosintesi, di evoluzione biologica, di formazione dell'humus fertile, di trasferimento di energia. Svolgono un ruolo cruciale nel riciclaggio del carbonio, dell'azoto e dell'ossigeno di tutto il pianeta, e hanno un'influenza determinante su temperatura e piogge.

Le foreste amazzoniche fanno gola ad alcune specie particolarmente rapaci dell'"homo sapiens". Enormi giacimenti minerari, un colossale potenziale idroelettrico, suoli ritenuti (erroneamente!) adatti ad estesi allevamenti agro-pastorali, le risorse ittiche e di legname hanno attirato uno spaventoso e variegato esercito di nemici della foresta che agiscono ormai da una quindicina d'anni in modo concentrato e funesto. "Già nel 1966 il governo lancio l'operazione Amazzonia", dice Adhemar Mineiro, ricercatore all'Ibase di Rio de Janeiro. "Fu un complesso di provvedimenti, leggi e piani per occupare letteralmente l'Amazzonia, in nome dello sviluppo economico". A partire dagli anni Settanta avanzano cosi i Grandi Progetti minerari, idroelettrici, nucleari, stradali, ferroviari, energetici, siderurgici, petrolchimici ed agrari, e persino le attività tradizionali cambiano di segno: la pesca diventa predatoria ed il commercio del legname assume dimensioni colossali. Il "Grande Carajas" e un progetto che copre oltre 200 comuni nel nord del Brasile, in un'area di 900 mila chilometri quadrati con 8,5 milioni di abitanti: si tratta di un piano gigantesco di industrializzazione che fa perno sull'estrazione del ferro e la produzione di alluminio. Grandi dighe, come quelle di Itaipu, nel Parana, e di Tucurui, nel Para (già costruite) e come quelle di Balbina (in costruzione) o di Jari (progettate), allagano migliaia di chilometri quadrati. Enormi assegnazioni fondiarie privilegiano i latifondisti (78 per cento delle aree!), mentre la più volte promessa riforma agraria avanza a passo di lumaca. In compenso avanza alacremente un altro "grande projeto", questa volta gestito principalmente dai militari: si chiama Calha Norte e prevede la fortificazione militare ed industriale di una fascia di 6 mila chilometri di frontiera nord, per una profondità di 150 chilometri (quindi con una superficie di tre volte l'Italia). Uno scatenamento senza precedenti di imprese edili, stradali, minerarie, di "garimpeiros" (cercatori d'oro), di coloni senza terra, di operai in cerca di lavoro. Il "Projeto Calha Norte" se nessuno riuscirà a fermarlo suonerà la fine per circa 60 mila Indios, tra i quali gli Yanomami, i Waimiri-Atroari, i Tikuna, i Wayapi e molte altre delle oltre 180 tribù ancora esistenti. Non si tratta "soltanto" di un vero e proprio etnocidio, che se non eliminerà fisicamente ogni singolo appartenente a questi popoli, li cancellerà tuttavia come tali dalla faccia della terra. Con questi Indios scompariranno anche e definitivamente preziosissime conoscenze che derivano dalla loro totale integrazione con la natura e che hanno finora contribuito a preservare la più straordinaria riserva ecologica della terra.