pro dialog

Alexander Langer

Perché tanto scandalo a sinistra? E' vero, il verde non passa per la cruna dell'ago rosso.
Il 1.dicembre scorso, Alexander Langer, introducendo a Firenze l'assemblea nazionale in vista della costituzione delle liste verdi, affermò che gli ecologisti "non sono nè di destra nè di sinistra". Ci fu polemica allora, e polemica c'è tuttora verso quella definizione. Il verde o è rosso o non è, venne detto. E ancora: vedete, l'anima del verde è in realtà bianca.

Timori e gelosia elettorali, d'accordo. Ma la questione dei rapporti della cultura, della tradizione e dei comportamenti della sinistra con la problematica ambientale e con i soggetti che se ne sono fatti portatori costituisce uno dei terreni sui quali le organizzazioni del movimento operaio giocheranno il loro futuro e la loro sopravvivenza.

Abbiamo chiesto ad Alexander Langer, consigliere regionale in Sud Tirolo, di argomentare quella sua posizione.

di Alexander Langer

C'è chi liquida la questione con un riferimento al totem ed al tabù.

Al totem: "non si può essere verdi senza essere rossi"; chi non fosse riferibile ad una scelta "di sinistra" e non riconoscesse come suoi i totem della sinistra (ma quali? il socialismo come utopia? la centralità della classe operaia? la priorità della contraddizione tra capitale e lavoro?), non sarà un compagno, anzi, non sarà neanche un vero verde.

Al tabù: e chissà da chi sono pagati quei verdi, che magari nascondono il socialdemocratico, il democristiano e, chissà, il fascista nelle proprie file e quindi si smascherano da sé. Sono nemici, non vogliono l'alternativa, si inquadrano nel gioco dei padroni. E fanno di destra e sinistra un sol fascio.

Fosse così semplice, sarebbe persino da stare allegri. Un elementare sistema di cartine tornasole permetterebbe di distinguere i buoni dai cattivi e ci farebbe sapere in anticipo dove si va a parare. E il mondo tornerebbe a girare per il verso giusto, dove il rosso si contrappone al bianco ed al nero ed il più rosso è il migliore dei rossi.

E invece è tutto terribilmente più complesso. Tanto da non poter essere certo risolto con un modesto articolo quale questo che state leggendo.

Perchè intanto è assai difficile stabilire cosa voglia dire essere di sinistra oggi, e distinguere la sinistra per le sue opere, non solo per le sue parole.

E poi bisognerà interrogarsi anche sull'utilità pratica di certe classificazioni, e trarne delle conseguenze.

Infine, liberato il campo da banalità e semplificazioni, converrà domandarsi come stabilire un fruttuoso dialogo tra verdi e rossi, senza pretendere di definire una netta linea di demarcazione e senza esigere professioni di devozioni agli schieramenti ereditari.

Cos'è oggi la sinistra e la destra?

Partiamo da qui: oggi è difficile dicevo, dare un contenuto preciso alla nozione di sinistra. In un mondo in cui Deng Xiao Ping chiama ingegneri stranieri per affidare a loro la ristrutturazione efficientista di certe fabbriche; in cui l'economia sommersa entra nell'orizzonte teorico e pratico degli economisti più avanzati della socialdemocrazia austriaca; in cui a Parigi ci si accusa reciprocamente di assistenzialismo tra mitterrandiani e chirachiani per la vicenda dei clochards ospitati per qualche giorno nella metropolitana; in cui in Italia a proposito di fame nel mondo la sinistra si difende il ministero degli esteri di Andreotti; in cui intorno al part-time ed alla flessibilità dell'orario di lavoro si sono registrati in pochi anni sensibili correzioni di rotta anche nello stesso mondo sindacale... in un mondo così - si converrà - il concetto di sinistra perlomeno non si rivela immediatamente utile per attribuire con chiarezza delle scelte politiche ad un determinato campo sociale ed ideale. Per non parlare di politica estera e militare, dove notoriamente sinistra e destra si comportano in genere come il cacciatore ed il bracconiere: fanno le stesse cose, ma si distinguono per la qualificazione nominale di quel che fanno.

E'di sinistra quel che fa la sinistra (compresa la centrale nucleare Trino Vercellese, la force de frappe atomica di Mitterand, i progetti autostradali difesi dai sindacati perchè danno lavoro...) o bisogna anche che ci sia qualcosa di "rosso" nei contenuti? E'di sinistra l'insistenza per lo "sviluppo" (industrialismo, espansione, crescita del prodotto nazionale lordo) e magari di destra la de-industrializzazione? E'di sinistra o di destra la rivendicazione del salario garantito?

La delegittimazione dell'utopia socialista

Insomma, ci sono oggi più cose tra cielo e terra di quante non se ne riescono ad afferrare con categorie politiche che già in passato faticavano a rendere l'idea ed oggi sono manifestazioni in crisi.

Ma - si dirà - se per sinistra si intende uno schieramento sociale, o meglio, l'indicazione di una tradizione politico - culturale, non ci si può rifugiare nell'agnosticismo. Vero. E per giunta la sinistra in Italia (anche perchè all'opposizione) è stata in gran parte il terreno di coltura di quelle forze che oggi si preoccupano esplicitamente più della sopravvivenza della specie che non del trionfo della classe.

Questa sinistra, nè unitaria, nè sempre coerente, ha indubbiamente molti meriti in Italia. Ha contributo (ma non solo lei) all'emancipazione politica, sociale e culturale di larghi strati di popolazione; ha conquistato e via via saputo ampliare molti spazi democratici, a cominciare dalla resistenza contro il nazifascismo; si è battuta per significativi passi in avanti verso una maggiore giustizia distributiva e migliori condizioni di vita sociale: ha generato (non sempre volontariamente) importantissimi ed incisivi movimenti di massa; si è dimostrata una fertile fucina di idee, di cultura, di innovazione.

Ma accanto a questi ed altri indubbi meriti, la sinistra ha contributo a suo modo anche a provocare una situazione sempre più bloccata che oggi la vede prigioniera di alcuni suoi meccanismi, ed in ritirata un po'su tutto il fronte.

In particolare l'insistenza della sinistra sulla costituzione di uno schieramento per l'alternativa di governo come premessa di ogni processo di rinnovamento e di cambiamento sociale ha finito per premiare sostanzialmente lo schieramento avversario: la sinistra non è riuscita - salvo nelle regioni rosse e su contenuti ben pochi alternativi - a costituire intorno a sè un sistema di alleanze sociali capace di conquistare la maggioranza (sociale, ,non solo politica), e solo nel periodo dei grandi movimenti di massa sono maturate quelle aggressioni di consensi e di tessuti nuovi che hanno portato allo scossone elettorale del 1975-76, e che oggi non a caso si stanno sbriciolando.

Oggi la crisi, anzi la mancanza di ogni grande progetto a sinistra e la perdita pressochè completa di legittimazione dell'utopia socialista non favorisce certo la prospettiva di una nuova aggregazione imperniata sulla sinistra, anche se la decadenza e la corruzione del "capitalismo realizzato" può contribuire a determinare certi effimeri successi elettorali della sinistra.

Vecchio e Nuovo Testamento

Ed ora qualcuno vorrebbe che le nuove spinte che possono provenire da un'impostazione "verde" - con tutta la sua carica di radicalità eco-pacifista e di critica di fondo alla civiltà dominante, ma anche con tutta l'ingenuità e la frammentarietà di un abbozzo teorico, ideale e sociale ancora in fieri - passassero per forza attraverso la cruna del dogma rosso e dello schieramento "di sinistra", quasi fosse l'unico abilitato ad ospitare e legittimare teorie e prassi di trasformazione sociale.

In altra occasione mi è capitato di paragonare il rapporto tra il "verde" ed il "rosso" (termini semplificativi, ovviamente) al rapporto che i cristiani vedono tra il Nuovo e l'Antico testamento, tra cristianesimo ed ebraismo. Anche ai primi cristiani, consapevoli di essere portatori di una carica innovativa radicale, qualcuno dalle loro stesse file chiedeva di vestire i panni della legge d'Israele e di rispettare la tradizione dei suoi profeti, e di situare la nuova predicazione sostanzialmente all'interno del mondo ebraico, pretendendo dai nuovi adepti (pagani) del Vangelo anche la circoncisione e la frequentazione del codice israelitico. "Non si può essere cristiani senza essere ebrei", decretavano questi custodi della tradizione. Se il cristianesimo non avesse superato quell'angusta impostazione, si sarebbe ridotto a diventare uno dei filoni (forse una delle sette) della tradizione israelita e ne avrebbe probabilmente seguito le sorti, compresa la distruzione del tempio e la diaspora.

Accettando invece di operare in campo aperto, tra i gentili, senza pretenderne la conversione all'ebraismo, il cristianesimo - pur non buttando alle ortiche il Vecchio testamento ed i suoi insegnamenti - è diventato quel fermento (positivo o negativo che lo si giudichi) epocale che si sa.

Senza voler forzare le analogie - dato che i paragoni sono spesso ingannevoli - vorrei affermare che 1) intanto non è vero che il "verde" sia il naturale e scontato prolungamento della tradizione politico-culturale e del radicamento sociale dei "rossi"; 2) in ogni caso un affiancamento troppo stretto dei "verdi" ai "rossi" rischierebbe di sterilizzare una buona parte del potenziale dinamico che l'ecologismo ed il pacifismo può attivare in aree non toccate dalla sinistra o ad essa inaccessibili.

La logica dei blocchi o di qua o di la

All'interno della sinistra assai spesso si ragiona, in fondo, con una logica dei blocchi non troppo dissimile da quella tra est e ovest: si deve stare da una delle due parti (o a destra, o a sinistra; o con i padroni o con la classe operaia, ecc.), tertium non datur, chi vuole sfuggire a questa polarizzazione forzata, infondo intende fare il gioco di qualcuno ("dell'altro blocco", a seconda del punto di vista). Ma il voler pensare tutta la realtà in termini di blocchi finisce per bloccare la stessa possibilità di pensare. Ci si accontenta di aver individuato una contraddizione ritenuta principale e di raggruppare in riferimento ad essa ogni cosa, selezionando tra ragioni valide e prospettive ingannevoli, tra amici e nemici, tra arretratezza e progresso. Una logica di blocco non favorisce i cambiamenti, le nuove aggregazioni, la possibilità di introdurre nuovi valori e prospettive. In questo senso ritengo che un ragionamento "verde" sia e debba essere trasversale rispetto alla tradizionale logica della sinistra e possa, anche per questo motivo, incentivare la formazione di nuovi progetti e di nuove alleanze sociali.

Pensiamo - per fare solo alcuni dei tantissimi esempi possibili - allo statalismo assai radicato nella sinistra, o al suo sostanziale industrialismo, o alla forte inclinazione al centralismo, o alla priorità assegnata alla logica di classe rispetto ad altre istanze, o al "lavorismo" che caratterizza la sinistra, o alla sua diffidenza verso l'individuo non organizzato, o ai temi ambientali (energia, edificazione sul territorio, trasporti, uso delle risorse, ecc.) o ad infiniti altri momenti fondanti di un ripensamento critico della civiltà attuale in chiave ecologica. Pretendere dai "verdi" di incamminarsi lungo i binari segnati dalla tradizione di sinistra o di considerare naturali alleati nelle possibili giunte o governi, mi parrebbe un grave errore, anche se non si può certamente negare che su molti altri valori - di democrazia, di giustizia sociale, di liberazione dallo sfruttamento, ecc. - ci potranno essere terreni comuni.

Anche se a ben guardare e per tutto un periodo non breve l'approfondimento di un visione ecologista porterà allo scoperto distanze assai più marcate tra "verde" e "rosso" di quanto oggi non si pensi, ed i conflitti sul nucleare, sul terzo mondo, sul militarismo, sulla "fuoriuscita dall'industrialismo", sul sindacato e più in generale sulla concezione del "progresso" che si preannunciano saranno assai dolorosi.

Ciò non significa né che i "verdi" si lancino in primo luogo contro la sinistra (anche se le lotte contro gli idola tribus e gli idola fori nella propria area vengono sempre condotte con particolare accanimento) né che essi si possano considerare equidistanti tra destra e sinistra, quasi fossero il nuovo centro: si dovrà ben tenere presente la differenza tra chi ha realizzato e gestisce il capitalismo industrialista e chi, non essendone gestore, se ne mostra subalterno e spesso velleitario critico e pretendente alla successione.

Non è ancora detto che i "verdi" riusciranno a costruire, con la necessaria pazienza e laicità, un proprio progetto complessivo che vada oltre il necessario e legittimo rifiuto dell'esistente ed oltre la sottrazione di consensi e di energie alla civiltà dominante.

Può darsi che anch'essi cedano alla logica degli schieramenti, subordinandosi a quella preconfezionata o snaturando il proprio contributo con cadute integralistiche e settarie.

Ma è più probabile che essi diventino punto di incontro, di rifondazione e di fusione di aspirazioni nuove e vecchie, dove - intorno all'ecologismo - accanto a qualche bandiera lasciata cadere a sinistra (ed in particolare di quelle "settantottesche") si raccolga anche qualche idealità smarrita tradizionalmente dalle sinistre e magari rifugiata a destra: il senso della differenza contro un malinteso trionfo dell'eguaglianza; il bisogno di identità di tradizione di "patria" particolare; una domanda di spiritualità e di interiorità; una rivalutazione dell'iniziativa personale e di gruppo rispetto alla priorità dell'"ente pubblico"; una ricerca di "comunità" non riconducibile alla socialità politicizzata e strutturata propria della tradizione di sinistra...

Un polo autonomo di elaborazione e di aggregazione che riesca a strutturare ed esprimere bisogni "inpolitici" e non toccati e classificati dalla consolidata polarizzazione politica, quale lo possono diventare i "verdi", e oggi assai più necessario che non l'ennesima variante del "rosso" aggiunta alle numerose (e rissose) tonalità già esistenti in quella gamma.

Forse un giorno poi si scoprirà che le fondamentali speranze dei "rossi" dovranno ricollocarsi in una prospettiva "verde" per ritrovare un senso, nelle mutate condizioni storiche e dopo le sperimentazioni rosse messe alla prova per circa un secolo.