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Alexander Langer

Alexander Langer: Infermiere e pianeta, elogio della gratuità

 

II tema «Infermiere e pianeta» lascia riflettere su di una analogia: il «pianeta» è un paziente, un paziente forse di «Area critica», come voi dite.

E in tal senso, probabilmente, tutti quanti ci troviamo nella necessità di fare da infermieri o da medici, dal momento che la salute del pianeta oggi, per molte ragioni che io adesso qui non elenco, è spesso in «Area critica». La sua condizione di paziente è forse dovuta ad alcuni fenomeni mai esistiti in epoche precedenti. Dalla seconda guerra mondiale, ma soprattutto dagli anni '60, il pianeta non riuscendo più a vivere dei frutti intacca ormai l'albero. La rigenerazione oggi è seriamente compromessa. La quantità di inquinamento chimico ma anche radioattivo causa l'appesantimento complessivo dei polmoni verdi della terra (le foreste, i boschi), non ha mai raggiunto i tassi di oggi e non può che crescere.

L'effetto serra, di cui tanto si sente parlare, è destinato solo a crescere. Secondo gli esperti, dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi, un quarto degli alberi della terra è sparito: è come se a ognuno di noi fosse stato tagliato un quarto dei suoi polmoni. La mutilazione è quindi molto forte. È stato calcolato, anche se non siamo in grado di controllarlo, che oggi sulla terra in un giorno si brucia una quantità di combustibili fossili (benzina, carbone, sostanza biologica depositata) per la cui formazione sono stati necessari mille anni. La sproporzione tra distruzione ed eventuale ricostruzione o salvaguardia è quindi enorme. Ed è interessante a tal proposito notare come la lista delle tecnologie ambientali sia lunga almeno quanto quella delle tecnologie sanitarie.

Si discute se per salvare questo paziente occorra una forte autorità, un dirigismo che sostanzialmente e centralmente decida quanto si può prelevare dalla dispensa del pianeta, chi deve controllare il razionamento, a chi spetti eventualmente fare e consumare i prelievi e così via. Come succede anche nella vostra professione, molto spesso non si riesce a capire come mai un paziente, seppure avvertito e consapevole della gravità della sua malattia, della sua situazione, non abbia né la capacità né la forza necessarie ai cambiamenti. In tal senso è inutile parlargli della nocività del fumo, dell'alcool o dello stress, se essi non hanno già compromesso la sua salute; i meccanismi che spingono nella direzione distruttiva sembrano dunque più forti.

Le norme, le tecniche, e le burocrazie non riescono a dare una risposta adeguata alla malattia ma possono, a volte anche molto efficacemente, curare semmai dei sintomi, bloccare dei degradi e forse anche invertirli. Nell'insieme possiamo dire che la tendenza che porta al diffondersi così endemico di malattia non si corregge se non si lavora per una svolta, per una conversione, per un cambiamento.

Il tipo di cambiamento che ritengo sia richiesto per la salute del pianeta mi pare che oggi consista essenzialmente nella individuazione e nella accettazione di limiti. Se fosse qui, Ivan Illich probabilmente parlerebbe della soglia della controproduttività, quella cioè superata da un progresso, che alla fine si ritorce contro se stesso. È come se si dicesse: «La macchina dà libertà di movimento a tutti, ma se tutti la usano c'è l'ingorgo». Il vantaggio acquisito da questa promessa tecnologica di libertà viene così capovolto e conduce a paralisi e frustrazione. Saper scoprire, accettare, valorizzare i limiti, rendersi conto che molte volte il minimo può dare il massimo, ci rende consapevoli del fatto che nella difficile accettazione di un limite possiamo individuare aspetti positivi.

La questione dei limiti e dei confini è quella che maggiormente ho visto collegata alla vostra professione. Mi sembrate un po’ come delle guardie di un confine molto delicato; che spesso lavorano per spostare un po' più in là il confine tra la morte e la vita.

C’è un secondo parallelo tra “infermiere e pianeta” che vorrei sottoporvi. L'arte sanitaria e quella agricola, fin dall'antichità hanno entrambe operato per correggere e migliorare la natura. Gli specialisti delle due arti e cioè i contadini, i medici, gli infermieri, gli stregoni, i sanitari in genere, anche nelle loro versioni femminili, si sono sforzati di migliorare la natura rilevandone i limiti e hanno quindi senz'altro lavorato per spostare il confine. Si pensi ad esempio alla fertilità spontanea della terra, alla durata della vita, al dolore, alla sofferenza, alla riparabilità dei guasti e dei danni che possiamo provocare.

Agricoltura e medicina, che dall'inizio dell'umanità intervengono per correggere la natura, oggi appaiono (ritornando alla riflessione di Ivan Illich) come un monumento alla controproduttività, dove è stata superata cioè la soglia in cui i benefici superano in qualche modo i costi.

Il progresso molte volte è potuto apparire tale perché è riuscito a distanziare sempre di più l'ottenimento dei vantaggi dal pagamento dei costi. Vantaggi subito quindi e sempre più grandi; costi rimandati sempre più lontani nello spazio, nel tempo, magari in altri paesi, soprattutto dei tanti Sud del mondo. È come se si lasciasse una bolletta da pagare a chi verrà dopo di noi o agli strati sociali più deboli, per l'inquinamento, la deforestazione, la distruzione di qualsiasi cosa.

Tutto può essere costruito sinteticamente: la vita, la specie vegetale o animale, attraverso macchine sofisticate, tecniche, grande professionalizzazione di esperti dei diversi settori. Tutto questo è stato certamente di grande aiuto ma ha anche originato interrogativi sulla sofferenza e sull'importanza di vivere in buona salute.

Anche nella vostra professione non mancheranno, anzi non mancano, coloro che su questo aspetto della cura lavorano, guadagnano, motivano le loro carriere e trovano la loro affermazione.

Uno sforzo in qualche modo controcorrente può condurre alla riconciliazione, alla ricomposizione, al recupero di interezza, di riequilibrio, di pacificazione. Ciascuno può scegliere i termini che crede opportuni per comunicare un messaggio di semplicità. Una semplicità non da ingenui, da sempliciotti. È la semplicità di uno scalatore che, pur volendo affrontare la vetta, è pronto a rinunciarvi se si rende conto delle cattive condizioni meteorologiche, senza sfidare una forza più grande di lui, ma accettando così anche il suo fallimento.

Non ci resta che cercare di difendere accanitamente, e possibilmente di sviluppare, soprattutto le occasioni di gratuità, di informalità. Dove lo stare insieme non avviene perché qualcuno fornisce una cornice ufficiale in cui questo deve verificarsi. Di difendere e valorizzare cioè tutti i luoghi in cui ci si può ritrovare, si può sostare, ci si può parlare, senza dover far parte di una struttura, senza dover pagare un biglietto di ingresso, senza essere abbonati a un circuito, senza avere poi un contratto di assistenza tecnica che dopo si candida a curare la manutenzione.

Da sempre, e oggi più che mai, la separatezza delle professioni, la salvaguardia della parcellizzazione e della specializzazione si basano anche sul segreto dei “chierici”, sul fatto che gli addetti parlino nel linguaggio degli addetti e solo agli addetti, senza rompere il muro della comunicazione che li separa dai non addetti.

L’eccessiva dipendenza dalle macchine è tale che la perdita dell’autonomia, la perdita di sapere, di capacità di modulazione, di adeguamento dell’intervento alla situazione reale, sono ormai tali da rendere necessaria l’introduzione di una voce controcorrente. Purtroppo finché la nostra società è organizzata così come è organizzata ora, è molto difficile che funzionino degli efficaci, «temperamenti», insomma qualcosa che moderi la dinamica spontanea del denaro e del potere. Nemmeno la ricerca farmaceutica, la ricerca medica, la sperimentazione, condizionate dalle forti ragioni dell’industria, possono essere affidate solo all'èthos e alla coscienza dei limiti dello scienziato e del ricercatore.

Gli esperti difficilmente ci sapranno guarire. sapranno forse aggiustare molti guasti, ma difficilmente sapranno guarire. Chi serve l’interezza, invece, forse non sempre vorrà spingersi al massimo nella ricerca e nel montaggio dei vari pezzi di ricambio, ma forse aiuterà meglio a guarire. Non si può rimuovere l’idea di malattia. Dobbiamo convivere con lei più serenamente possibile anche con la prospettiva della morte. Inutile esorcizzarle, rinnegarle o rimuoverle, facendo finta che non ci siano.

(estratto dalla relazione di Alexander Langer al 9. Congresso Nazionale dell’ANIARTI - associazione infermieri di area critica - il 17 novembre 1990, dove aveva sostituito all’ultimo momento l’amico Ivan Illich)