pro dialog

Alexander Langer

Noi, fondamentalisti? a spasso per l’Europa

Io credo di non essere fondamentalista e un po’ me ne dispiace, perché, se lo fossi, oggi probabilmente dovrei fare il maestro elementare. Ho conosciuto don Lorenzo Milani quando ero un universitario (quindi a metà degli anni Sessanta, don Milani morì nel 1967).

Ricordo che era molto severo nei confronti di chi frequentava l’università. Diceva che chi la frequentava, lavorava per aumentare la diversità con gli altri, per accrescere il suo “zoccolo” di privilegi e che quindi se uno voleva essere credibile, doveva fermarsi quando era troppo avanti, cercare di portare gli altri al suo stesso livello e poi insieme fare un passo in avanti.
Dopo ispirazioni e tormenti vari, ho deciso di fare quel che ho fatto; se fossi stato, credo, un po’ fondamentalista, forse avrei fatto a suo modo. Da questo punto di vista, quindi, mi professo subito non all’altezza del fondamentalismo. Voglio però anche aggiungere che questo termine è entrato nel linguaggio solo negli ultimi anni ed ha avuto vettori abbastanza diversi a cominciare dall’ayatollah Khomeini e dalla paura in generale per l’Islam fondamentalista scaturita dai cambiamenti in Iran, dove in un modo molto intollerante, integralista, dittatoriale, l’adesione a una regola di vita pubblica islamica, magari non sempre condivisa, è diventata norma pubblica coercitiva.

Radicalità che non si possono integrare

Il fondamentalismo come termine è entrato poi in circolazione anche in riferimento ad altre situazioni, per esempio rispetto al movimento nero negli Stati Uniti. In questi ultimi anni è stato usato tra l’altro anche nel dibattito tra i Verdi soprattutto in Germania, per i cosiddetti fondamentalisti o “fundis” (come poi è stato abbreviato per rendere la cosa meno solenne e drammatica). Una corrente, che, dico subito, io faccio fatica, per com’è applicato il termine, ad intendere veramente come fondamentalista. Assomiglia di più, per così dire, ad una corrente fortemente di sinistra all’interno dei Verdi dove si trovano pure atteggiamenti, anche fondamentalisti, che a volte non rientrano nello schema destra-sinistra. Per esempio gli animalisti molto decisi. C’è stato anche un caso clamoroso a metà degli anni Ottanta quando una persona molto nota, Udo Schare, per un periodo un nume tutelare dei Verdi tedeschi, ad un certo punto uscì dal partito, ufficialmente perché in rottura proprio sulla questione del diritto degli animali. Riteneva infatti troppo possibilista l’atteggiamento dei Verdi sulla vivisezione.
A tutti sembrò molto strano che una persona come Schare che aveva spesso disegnato complesse strategie su come trasformare la società, facesse poi cascare l’asino sulla questione della vivisezione. Ma poi spiegò che avrebbe potuto prendere qualche altro punto riguardo al quale sospettava che il partito in qualche modo mancasse di coerenza e di radicalità. Perché, alla fine, fondamentalismo è un’altra parola per indicare la stessa cosa: andare alle radici, alle fondamenta. Aveva quindi scelto quella occasione ma la stessa cosa l’avrebbe potuta dire sulla pace, sul disarmo oppure sul vivere senza armi e su alcuni passi per evitare le spese militari o il loro aumento, e via dicendo.
Allora mi chiedo da cosa, al di là delle semplificazioni giornalistiche, si potrebbe identificare il fondamentalismo delle più varie speci. Forse quello che maggiormente potrebbe contrassegnare un’impostazione fondamentalista - senza per ora dire se sia buona o cattiva - credo sia questo fatto: che si tratta di esperienze fondamentalmente non integrabili, il meno possibili integrabili. Insomma, vuole essere fondamentalista chi in qualche modo cerca di non farsi integrare, “digerire”, anche se per ora è difficile dire da che cosa: qualcuno direbbe dal sistema semplicemente, altri potrebbero dire dal mercato, dal progresso, dallo sviluppo, oltre a cose più banali come carriera, denaro...


Una estraneità “perpendicolare” al pensiero dominante

Preciso subito che non voglio usare il termine fondamentalismo come etichetta per questa corrente di pensiero, e neppure parlare di “fondamentalisti di tutto il mondo, unitevi”. In realtà voglio cercare soltanto di mettere a fuoco un approccio al tema. Allora, se si vuole dare un significato al fondamentalismo (un termine che poi, magari, dovremo cambiare) e a quello che si vorrebbe intendere per tale in questo contesto, mi pare si possa dire che fondamentalisti sono i movimenti, gli atteggiamenti, le attitudini, anche non sempre consapevoli, che in qualche modo affermano e praticano la loro estraneità al modello predominante ponendosi in maniera “perpendicolare” rispetto allo sviluppo, alla crescita del mercato, alla corrente di pensiero predominante.
Perché dico perpendicolarmente e non a testa bassa nei confronti di questo modello? Le correnti rivoluzionarie spesso hanno tentato di opporsi frontalmente a una determinata situazione e di rovesciarla: una classe al posto di un’altra classe, o al limite, nel caso di veri golpisti, un generale al posto di un altro generale. Comunque ogni impostazione “frontale” in un certo senso punta semplicemente al ricambio del potere. Da questo punto di vista, credo, difficilmente potrebbe rientrare in quello che cerchiamo di individuare come fondamentalismo.
Quando dico “perpendicolarmente”, voglio invece indicare qualcosa che non tenta di opporsi alla corrente cercando semplicemente di creare una controcorrente, ma che piuttosto tenta di essere in qualche modo un po’ altrove oppure di riferirsi e rifarsi ad esperienze e modelli che non si lasciano integrare. Non solo però perché si pensa: “quando qualcuno dice “A” rispondiamo “non A”; quando dice “la crescita economica é buona”, pensiamo “no, la crescita economica é cattiva”; quando dice “ci vuole un aumento di disponibilità di energia”  pensiamo “rimaniamo con poca energia”.

L’ombra nazionalista, la spinta religiosa

Fondamentalismo non è semplicemente una continua negazione, ma viceversa è il tentativo di far vivere altri valori, altre esperienze, altri riferimenti che in qualche modo stanno fuori o altrove. Lascio stare il fondamentalismo islamico, che del resto conosco poco. Fermiamoci all’Europa, come ci propone il tema. Se oggi - mi sono chiesto - si fermasse per un momento lo sguardo sull’Europa, quali isole di fondamentalismo a vario titolo si potrebbero scoprire? Mi sembra di poter dire che probabilmente di fondamentalismi ce ne sono davvero di vari tipi. Credo ad esempio che un certo tipo di nazionalismo e di razzismo che ha dominato l’Europa durante gli anni Trenta e che non è del tutto sparito oggi, è un tipo di fondamentalismo che sta fortemente ritornando e spesso costituisce una risposta dei poveri nei confronti degli ancor più poveri tra i poveri.
É un atteggiamento che nasce dal fatto di sentirsi resi insicuri da tante cose che in genere vengono dall’alto e non dal basso. E dal momento che verso l’alto non si sa reagire, si reagisce verso il basso. Succede perciò che chi si sente privato in modo sostanziale della sua identità, dell’abitabilità della propria città, del luogo in cui vive, pensa: “io qui non mi ci riconosco più, pretendono da me comportamenti, abitudini, modi di mangiare e di vestire, di passare il tempo, divertimenti che mi sono sempre più estranei”. E cerca poi la ragione di questa estraneazione, di questo sentirsi stranieri nel proprio habitat, ma la cerca in quelli che davvero sono ancora più stranieri di lui e che vede allora come gli inquinatori. Mentre, probabilmente, la televisione, l’industria del divertimento oppure il modo di abitare o la ghettizzazione urbana, da questo punto di vista, hanno contribuito molto di più a metterlo in quella condizione.
Se oggi, quindi, si guardasse a quali fondamentalismi o quali isole di non integrabilità ci sono, se ne troverebbero dei più vari e con un’ampia gamma di oscillazione. Quello del nazionalismo e del razzismo può essere uno di questi, e penso tra l’altro che in questa fase continuerà ad essere in crescita e che quindi sia un problema molto serio da affrontare. L’importante è affrontare il discorso non semplicemente demonizzandolo con lo slogan “siete dei fascisti”, ma trovando delle alternative, cercando quelle cose contro la cui mancanza qualcuno protesta scaricandola sugli zingari, sugli extracomunitari, sui rifugiati vietnamiti, su chi, insomma, è visto come portatore di inquinamento ed espropriatore.
Un altro tipo di possibile non integrabilità sono sicuramente alcuni movimenti religiosi. Non c’è dubbio che oggi per la corrente principale di pensiero - quella dominata dal mercato, che possiamo chiamare della crescita, dello sviluppo o anche del progresso, come a volte enfaticamente si dice - le cose diventano merce e la compatibilità che conta è quella economica, cioè quanto economicamente fa crescere, e bene. E quindi si cerca di far girare questa rotella. Allora una impostazione religiosa molte volte può essere una ragione per dire, in qualche modo, “non mi interessa”. Il più delle volte non porta a dire: “blocchiamola”. Anzi, vediamo che sono poche le persone in Europa che in nome della fede religiosa effettivamente si oppongono in modo attivo ed efficace ai meccanismi dominanti del mercato. Molti magari lo pensano, ma quelli che poi lo fanno efficacemente, sono pochi e spesso vengono poi anche malvisti nelle rispettive chiese perché ritenuti fomentatori di giovani.
Non sono necessariamente soltanto ordini religiosi o comunità, ma anche persone, anche se è molto più comune che dei valori che sul mercato non avrebbero spazio, e che quindi sarebbero poco considerati, l’abbiano invece in comunità ad orientamento religioso, in Europa essenzialmente quelle cristiane. E questo facilmente passa come fondamentalismo.


L’isola della “autonomia di classe”

Un’isola, dunque, di fondamentalismo che si può trovare oggi, è costituita di sicuro da movimenti o anche semplicemente da comunità ad ispirazione religiosa. Ma c’è stato un periodo - adesso in declino - in cui un fondamentalismo che allora non si chiamava ancora così, usava un altro nome e si chiamava “autonomia di classe”. Tutti i movimenti operai radicali alla fine degli anni Sessanta per esempio sostenevano che l’uguaglianza sociale, i bisogni operai hanno comunque precedenza, sono comunque autonomi rispetto al profitto, all’andamento del mercato. I bisogni operai, si affermava, non vengono scoperti se compatibili con l’andamento dell’economia, ma è l’andamento dell’economia che deve essere compatibile con i bisogni degli operai. Oggi, forse, questo tipo di fondamentalismo è stato un po’ rimosso e dimenticato; ma allora era sicuramente una delle isole abbastanza forti. Ora una delle forme, per me molto interessanti, del fondamentalismo operaio è l’obiezione di coscienza nei confronti di certe produzioni, per esempio quella dell’industria bellica o chimica. Ed è collegato al fatto di dover comunque intervenire da parte operaia su cosa si produce. L’operaio cioè dice: “a me non basta che mi sia garantito il salario, che io venda la mia forza-lavoro e che questa mi venga pagata dal mercato; io voglio intervenire su quello per cui la mia forza-lavoro serve, altrimenti io lo rifiuto pur sapendo di pagare un prezzo molto alto”. Ecco, a mio parere, un possibile fondamentalismo che oggi mi sembra in crescita.
Anche molti movimenti tradizionalisti sotto questo profilo sono sospetti di fondamentalismo: dai movimenti che ad esempio rivendicano la dignità della propria regione, fino ai tradizionalisti di stampo religioso e culturale. I tradizionalisti dal nostro punto di vista sono anch’essi - quasi per definizione - molto estranei dalla corrente principale del mercato e dello sviluppo. Altra isola dell’arcipelago che stiamo esplorando, mi sembra possano essere considerate alcune delle comunità etniche minoritarie: ad esempio i nomadi, che rifiutano - seppure non tutti e non sempre - l’integrazione. Anche il femminismo, credo, ha significato un’irruzione di fondamentalismo quando sosteneva, per dirla in poche parole, la tesi che “il vostro (dei maschi) sistema non costruito su nostra misura (delle donne), e quindi noi (donne) non chiediamo di avere una parte uguale alla vostra, ma dobbiamo trovare un altro tipo di compatibilità”.

Il movimento ecologico e le compatibilità “altre”

Mi rendo conto che in questo modo tralascio altri possibili esempi e che a questo punto si potrebbe dire: “ma, allora, fondamentalisti sono quelli fuori dello sviluppo, quindi sostanzialmente emarginati, in genere un po’ retrogradi, probabilmente senza una concreta prospettiva di affermarsi, a meno che poi non si trasformino in fanatici e militanti (vedi Iran), a meno che poi non riescano a prendere il potere, allora diventano intolleranti ed oscurantisti, eccetera eccetera”. Spesso, quindi, il giudizio su questi movimenti oscilla tra la commiserazione (“poveretti!”) e la preoccupazione e la paura che si ha nei confronti del non integrato.
Anche il movimento ecologico, mi pare, tenta di essere “perpendicolare” rispetto al dominio della crescita e del primato dell’economia. Perché in qualche modo afferma e cerca di praticare una compatibilità completamente diversa. Pensate, ad esempio, a come noi oggi ragioniamo quando si ha in mente un qualche progetto da realizzare. Prendiamo un caso. Io vivo in una zona dove si sta parlando del traforo del Brennero e dove si sta discutendo se fare il traforo e di quanti chilometri, a quale altitudine, se fare una ferrovia o più tardi un’autostrada... Le discussioni che si fanno in proposito sono più o meno di questo tenore. Si dice che l’autostrada e la ferrovia attuali non sono in grado di sopportare tutto il traffico che passa. E dunque, visto che non si possono abolire del tutto, le Alpi vanno almeno tolte come ostacolo al traffico. Allora non resta, appunto, che passarvi sotto e così le discussioni che si fanno sono curiosamente di natura economica: quanti miliardi cioè costerà questa opera, quanti anni ci vorranno per realizzarla, quanta forza-lavoro si dovrà impiegare, e in quanti anni torneranno i conti...
I movimenti ecologici, invece, affermano un’altra incompatibilità. Discutono cioè su quanto traffico può passare attraverso le Alpi senza renderle del tutto invivibili. Ed è evidente che questa è una priorità molto diversa. C’è una grande differenza tra il domandarsi: “si può e non si può fare questo traforo perché costa troppo, si può o non si può pagare”, e viceversa dire che certe cose non si possono fare perché in qualche modo sono incompatibili con la vita e con la capacità di “soppportazione” del pianeta.
Da questo punto di vista, il movimento ecologico, quando è effettivamente consapevole, è forse oggi in Europa fra le sfide più fondamentalmente fuori e contro lo sviluppo dominante perché propone un’affermazione di compatibilità e, viceversa, di incompatibilità molto lontane da quelle predominanti.
Un altro esempio?... Chi produce e commercia latte ad esempio sostiene che conviene di più far pascolare le mucche in Baviera e poi lavorare il latte in Italia, dovendo così mandare su e giù ogni notte tra Germania ed Italia centinaia di camion. É chiaro che un ragionamento di questo genere è totalmente capovolto rispetto a quello della realtà materiale del pianeta, per la quale il bilancio complessivo e i costi dell’attuale economia delle mucche allevate in Baviera e della lavorazione del latte fatta in Italia, se non misurati in termini aziendali e finanziari, sono infinitamente superiori rispetto a quelli che comporterebbe un’economia dove le mucche pascolano vicino al luogo dove poi viene lavorato e bevuto il latte.

Le vie diverse verso la presa di coscienza

In questo senso mi pare si possa dire che il movimento ecologico sta sicuramente scoprendo un criterio di incompatibilità con la civiltà dominante molto profondo e molto forte. E le vie attraverso cui lo si scopre sono davvero le più diverse. Può essere uno scienziato che ad esempio si rende conto che certe specie di animali piccolissimi si stanno estinguendo. E arrivandoci per questa via, dice: “no, questo é un patrimonio irrecuperabile: se si estinguono non ci sono più e noi non sappiamo ancora se un giorno ne avremo un gran bisogno di questi animali per la nostra vita”. E, dunque, con questo approccio si arriva a dire che non è possibile che per ragioni economiche distruggiamo qualcosa che non è più rigenerabile e viene irreversibilmente perduto.
Succede in questo caso quel che avviene ad una persona quando è malata: improvvisamente tutte le priorità tradizionali - il successo, la carriera, eccetera - diventano secondarie perché la salvaguardia della salute, il ripristino del benessere fisico diventano immediatamente l’unico criterio che conta davvero.
Sotto questo profilo, il movimento ecologico può essere in effetti considerato fondamentalista. Perché c’è davvero una gran differenza tra il considerare l’economia come parametro più efficace e, viceversa, il considerare l’equilibrio ecologico come il parametro alla fine decisivo per la nostra vita, per il nostro benessere e quindi anche per la nostra economia, vale a dire per tutto.
Ora, il fatto curioso è che guardando in giro a ciò che succede in Europa, ho l’impressione che queste prese di coscienza siano abbastanza recenti e che quindi oggi come movimento ecologico ci si trovi in una fase paragonabile forse, se si usasse come pietra di paragone il movimento operaio e se un simile confronto è plausibile, a quella in cui si trovò tale movimento negli anni Sessanta del secolo scorso, cioè in una fase molto iniziale.
Mi sembra inoltre che quanto ha finora prodotto questo riconoscersi circondati da una civiltà dominante ma ostile alla vita, siano forme di risposta ancora molto deboli, discutibili e sperimentali. Sono in parte le risposte di chi tenta di fermare questa corsa, di chi dice: “non facciamoci scavalcare da uno sviluppo che poi diventa così ostile ed incontrollabile, che non si riesce più ad indirizzarlo verso una strada compatibile”.
Di sicuro un’altra via praticata forse più di quanto non si conosca - penso ai vari Paesi dell’Europa centrale soprattutto ma anche a Paesi come la Spagna e la Grecia - è invece quella scelta da chi dice: “io non riesco a fermare questa corsa distruttiva, intanto però me ne allontano; vado a vivere e lavorare altrove, cerco di sganciarmi”. É una specie di dichiarazione di indipendenza individuale. Pensate agli agricoltori biologici, alle persone che recuperano dal piccolo artigianato forme di vita che non riescono a fermare il mercato, non riescono a combatterlo, ma che in qualche modo cercano di restare un po’ a lato. In circuiti più rallentati, più giusti, più solidali, meno sottoposti alla legge della competizione e della crescita.

La parabola tra riformismo e rivoluzione

Il tentativo dei movimenti verdi che si sono messi in politica è anche quello di dire: “cerchiamo di modificare le regole della corsa, cerchiamo di moderarla, di rallentarla”. E la cosa curiosa è che questi vari movimenti verdi in politica che oggi, per esempio in Germania, hanno acquisito un certo peso, rischiano per ora di ripercorrere in parte la parabola tra riformismo e rivoluzione, sulla falsariga di quanto è successo al movimento operaio. In questo senso, il termine fondamentalista spesso viene appioppato a quelli che, se volessimo usare i termini del movimento operaio, potremmo definire i rivoluzionari in contrapposizione ai riformisti.
C’è una accezione di ecologista - spesso denominato anche, e forse dispregiativamente, fondamentalista - usata per chi riesce o cerca di contribuire ad una scelta di estraneità piuttosto radicale come impostazione ed analisi, che non concede nulla ed afferma in pieno la incompatibilità fra lo sviluppo oggi dominante e l’equilibrio vitale, ecologico del pianeta. Ma nello stesso tempo non pretende di prendere tutta questa incompatibilità e trasformarla immediatamente anche in moneta politica.
Mi pare stia crescendo una maggiore saggezza all’interno dei movimenti ecologici, impegnati anche nella politica e nella presa di coscienza della pericolosità dello sviluppo dominante e di estraneità delle proprie scelte. Una saggezza che è però collegata alla convinzione che se poi ci si mette al tavolo della politica, e in particolare delle istituzioni, quella estraneità non si riesce ad esprimerla tutta. Ed è interessante, anche se in molti Paesi europei fatica ad emergere, questo tentativo di unire un’estraneità molto forte al fatto che tutto questo si trasformi poi in politica e in vita quotidiana. Ed è altrettanto interessante notare come i Verdi in politica riescono a tradurre solo una piccola parte di questa estraneità in proposta. Cosa che peraltro avviene anche per la vita quotidiana. Entrare in un’ottica politica in base alla quale si dice: “ io spendo meno soldi per armi e perché ci sia meno traffico”, è una logica certo scoraggiante rispetto alla radicalità delle convinzioni. Ma è nello stesso tempo anche quello che ognuno di noi fa quando dice: “sì, io adesso sto arrivando alla separazione dei rifiuti tra cose organiche, vetro, plastica e via dicendo”.

 “Verdi di testa” e “verdi di cuore”

La sfida a cui oggi si trova di fronte chi condivida questo tipo di presa di coscienza, è proprio quella di come conservare, anzi di come sviluppare una forte estraneità; di come riconoscere che viviamo in un contesto tutto sbagliato e al tempo stesso molto coerente, all’interno del quale ogni cosa è veramente incatenata all’altra. Un contesto al quale, sappiamo, ci si dovrebbe negare totalmente anche se il più delle volte non riusciamo a farlo, ma nel quale vi sono anche spazi da esplorare non solo in termini propagandistici e rivendicativi.
I fondamentalisti più efficaci che vedo in giro, mi sembra quindi siano quelli che meno sanno di esserlo o che meno rivendicano di esserlo. Non sono certo quelli che sanno tutto su come sono inquinati i cibi per cui prendono solo alimenti integrali. Oppure quelli che sono i più attenti a comprare solo detersivi poco inquinanti. Probabilmente, invece, l’estraneità più forte e più radicata sta in molti contadini, nei Paesi a base agricola. Nelle isole di fondamentalismo, cioè, inteso nel senso che spiegavo in precedenza: nei gruppi di persone e sociali che sono effettivamente tagliati fuori, che dello sviluppo non hanno da attendersi che degrado ed emarginazione.
Da questo punto di vista il tipo di militante verde che finora è emerso è soltanto la punta di un iceberg. Sono i cosiddetti “verdi di testa”. Verdi che le cose le hanno imparate dai libri o le hanno capite attraverso ragionamenti. E oggi i movimenti verdi esistenti rappresentano in gran parte i “verdi di testa”. Non a caso sono molto urbani, nel senso che provengono dalle città, sono in genere abbastanza intellettuali e molto scolarizzati, spesso inseriti nelle professioni più istruite e colte... E invece il vero fondamentalismo - quello che rischia meno di essere di moda - è probabilmente molto più popolare, molto più naturalmente saggio.
A me sembra che dall’attuale esperienza italiana potrebbe derivare un interessante messaggio: quello di arrivare ad una più forte, convinta ed effettiva estraneità rispetto al meccanismo della competizione, della crescita e della corsa allo sviluppo, e nello stesso tempo ad una capacità più rasserenata di non vedere ogni volta in gioco la battaglia finale, decisiva, all’ultimo spasimo.
Nel movimento verde italiano esiste una buona possibilità che atteggiamenti di questo genere crescano. Non so se la politica, il campo elettorale ed istituzionale siano il terreno migliore su cui possa crescere. Il campo elettorale è modellato ad immagine e somiglianza della competizione, della corsa, della crescita e non è quindi il terreno più favorevole. Ho tuttavia l’impressione che se si riuscisse a togliere ai fondamentalismi la carica di fanatismo, di declamazione, per far diventare le nostre idee e proposte non solo qualcosa “di testa” ma anche “di pancia” e “di cuore”, più collegate cioè al vissuto, l’uso di alcuni strumenti - compreso quello della politica ed un certo intreccio col mercato - potrebbe essere più efficace. Oggi, infatti, non siamo in una situazione come quella in cui avvenne il crollo dell’impero romano, e cioè che laddove crollava l’impero, sorgevano poi i monasteri benedettini o piccole comunità autosufficienti.
L’illusione che oggi caratterizza in negativo il fondamentalismo è quella di poter tracciare delle linee nette: di là i cattivi e di qui quelli che si salvano, di là i contaminati e di qui i puri. É un genere di fondamentalismo che ritengo abbastanza puerile e del tutto inefficace: al massimo può accontentare la propria sicurezza di sé e nient’altro. La speranza è di arrivare ad un fondamentalismo più disincantato e rasserenato, visto che la società diversa che vogliamo, non nascerà probabilmente da un crollo generalizzato e da una successiva rigenerazione, ma richiederà piuttosto molto lavoro, per così dire, di bricolage.

Scelta di testimonianza “omeopatica”

Ogni cambiamento sociale nasce sull’orma di quello che c’era prima e di quello che c’è in quel momento. In Italia ma anche in altri Paesi possono rinascere e rafforzarsi esperienze di fondamentalismo meno ideologico. Proviamo a fare alcuni esempi, scegliendo tra quelli di chi si trova già per sua condizione in una situazione di forte estraneità. Mentre l’antimilitarismo è già di per sé una scelta molto soggettiva, far parte di una minoranza etnica o essere un abitante di una regione sottosviluppata, o ancora essere vecchio e malato, significa trovarsi di per sé comunque ai margini del cosiddetto sviluppo, e questo fatto in qualche modo costringe a reagire.
Costringe ad esempio a tentare l’assimilazione, a tentare cioè di diventare competitivi. Le minoranze etniche spesso reagiscono tentando, appunto, di diventare competitive. Il nazionalismo è una di queste forme, per cui è molto facile che dall’affermazione di identità di una comunità che si sente oppressa, si passi poi al ruolo di oppressori. In ogni caso sono tutte situazioni in cui la condizione di estraneità in qualche modo esiste, e non è solo una scelta.
Una delle scelte più rilevanti è però quella del rifiuto del militarismo e del servizio militare, e più in generale quella dell’obiezione di coscienza e della nonviolenza. Credo anzi che la scelta nonviolenta sia uno dei più grandi sforzi civilizzatori e umani di rendersi consapevoli di quale e quanta violenza esercitiamo e di lavorare per la sua riduzione in quanto nessuno può immaginare di non dover mai esercitare o subire violenza.
In questo senso considero i movimenti nonviolenti come una grande professione di incompatibilità: perché tu puoi certo dire che la legge prevalente è quella della violenza, della forza, del più forte, ma noi cerchiamo di affermare una legge diversa. Però li collocherei decisamente tra i movimenti “di testa”, cioè quelli legati ad una scelta soggettiva.
In genere penso al fondamentalismo come ad una medicina omeopatica, da assumere cioè in piccole dosi. Piccoli gruppi come una scelta di testimonianza che con la forza di convinzione possono avere una grande forza di influsso. Ho paura invece che diventi sistema dominante, perché penso non ci sia nulla di più fondamentalista del sistema di mercato dato che riesce a trasformare tutto in merce e su questo terreno è vincente. Ho dunque simpatia per i gruppi fondamentalisti che operano scelte di grande coerenza e con grande impegno personale. Non auspicherei però che erigessero a sistema, a legge le loro scelte, quand’anche fossero le mie.

“Sviluppo sostenibile” e consumi

Molti ecologisti e ambientalisti a vario titolo adesso adottano volentieri la formula “sviluppo sostenibile”, anche perché la nostra esperienza nella vita quotidiana ci dice che ciascuno di noi si ritrova molto dentro il processo di crescita. Sono pochi coloro che riescono a sottrarsi in misura sufficiente ad esso. Basta pensare allo “sviluppo” del nostro reddito e delle nostre aspirazioni di consumo. Molti ecologisti cercano una compatibilità tra crescita ed equilibrio ecologico. E in molti casi, penso, tale compatibilità esiste. Credo invece che ci sia un grande squilibrio tra i popoli. Da questo punto di vista, siamo noi che dovremmo fermarci e vedere se altri popoli possono arrivare ad un livello di soddisfacimento dei bisogni essenziali, prima di decidere di prenderci un’altra fetta della torta e peraltro guastarne il resto.
Molti verdi oggi non hanno il coraggio di dire che in certi ambiti dovremmo fermarci e magari tornare indietro per quanto riguarda il livello dei consumi. Il mercato per ora continuerà a spingere verso l’espansione, perciò non troverei così oltraggioso il tentativo di influire anche sul mercato, cercando per esempio di modificare la domanda di beni di consumo.
Sul fatto dei bisogni, invece, il discorso è diverso. Certi bisogni a livello di massa, o bisogni indotti, forse si potrebbero modificare solo in seguito a catastrofi. Basti pensare alla quantità di spostamenti che oggi consideriamo parte integrante e irrinunciabile del nostro stile di vita. Ma se il numero di tumori così come il numero di malattie causate dai gas di scarico continuerà ad aumentare, forse si comincerà a ridiscutere se una grande mobilità sia il bene preferibile oppure se non sia forse preferibile una migliore qualità dei nostri polmoni.
Il problema è come vivere meglio, come razionalizzare. Pensiamo ad esempio nelle città le quantità di gas tossico che si potrebbero eliminare se tanta gente non viaggiasse da sola nella propria automobile e tutti nella stessa direzione. Se si associassero più persone nella stessa auto, si eliminerebbe più della metà dei veicoli circolanti e quindi più della metà della quantità di gas tossico che giornalmente viene riversata nell’atmosfera. C’è insomma uno spazio larghissimo di recupero degli sprechi, delle inefficienze e delle irrazionalità.
Di fronte alle grandi emergenze il movimento verde in Italia, come peraltro dovunque in Europa, dà spesso l’impressione di non sapere da dove e cosa cominciare a combattere. Una grande campagna sull’effetto serra? Scegliere come tema centrale “no all’olocausto”? Una campagna e un referendum sui pesticidi? L’imminente referendum sui pesticidi potrà essere forse una grande occasione per affrontare il problema che quanto si immette oggi nel suolo, ci sarà “restituito” tra 30-40 anni.
Per ora, comunque, mi pare che i movimenti ecologisti facciano uno sforzo consistente per evidenziare, segnalare e condurre singole campagne da cui emerga un qualche segnale di conversione. Così va benissimo puntare sulla questione dell’ozono, ma se le azioni che promuoviamo non sono legate tra di loro, se non vengono affrontati anche altri aspetti - dalla crescita abnorme del traffico aereo all’emissione di CO2, una singola cosa non salverà.
C’è insomma il rischio che molte campagne ecologiste inducano la gente a credere che facendo quella singola cosa - al limite iscrivendosi a quella tale associazione ambientalista oppure usando la carta riciclata o il detersivo tal dei tali - si sia salvato il pianeta.

Un impatto circolare sulla natura

Ora si parla molto di “sviluppo quantitativo” e “sviluppo qualitativo”. Vi sono delle cose che sicuramente possono essere utilmente sviluppate e possono anche crescere. Nei settori dell’informazione, dell’istruzione e della cultura si prospettano ad esempio crescite che non portano necessariamente ad una esplosione. Finora, comunque, si è chiamato sviluppo non solo la crescita materiale economica, ma anche la capacità di distanziare gli effetti nocivi e dannosi che essa produce, di separare ed allontanare cioè i suoi costi dai vantaggi. É il caso dei rifiuti: noi siamo riusciti largamente a disfarci fisicamente dalle conseguenze del nostro impatto sull’ambiente. Anche se poi, com’è successo, qualche volta magari ci ritornano sotto forma di “nave dei veleni” dall’Africa o dal Libano.
In questo senso, invece, io credo che sul territorio - in un ambito territoriale cioè relativamente definito - è possibile dare forma circolare al nostro impatto sul resto della natura. Ovvero noi interveniamo, modifichiamo, distruggiamo e inquiniamo; ma lavoriamo anche per ripristinare e garantire in qualche modo l’equilibrio.
La critica nei confronti dello sviluppo e l’impegno per riaccettare il principio che ai benefici debbano anche corrispondere dei costi, sono sforzi molto complessi. Con questo non voglio dire che le catastrofi o la paura delle catastrofi sono il principale motore che ci spingano a farlo; ma di fatto le catastrofi ci costringono e ci costringeranno a tenere conto di questi costi ed a modificare il nostro atteggiamento.
Ovviamente, spero anche che possano influirvi molte altre motivazioni. Ad esempio, una migliore qualità della vita oppure una migliore alimentazione. Del resto, il tipo di alimentazione e di superalimentazione che abbiamo attualmente, è ormai criticato da molti e non solo per gli sprechi, ma anche perché non è certo il meglio che si possa immaginare.
Per una possibile razionalizzazione, per passare da sprechi a consumi ragionevoli c’è un ampio spazio di intervento e di cambiamento, anche a prescindere da altri spazi che potrebbero essere aperti dalla ricerca scientifica, anche se finora questa “risorsa scientifica” è andata fondamentalmente a spingere sull’acceleratore di una ulteriore artificializzazione. Come in una spirale del riarmo: si combattono con ancor più tecnologie le conseguenze della tecnologia.


Lo “sganciamento” possibile

Non si possono porre delle delimitazioni ai progetti di “sganciamento”, perché sono processi molto graduali e molto parziali. Se un Paese del Terzo mondo come il Mozambico decidesse ad esempio di commerciare maggiormente con un altro Paese africano, mettiamo lo Zaire, invece che con un Paese europeo o nordamericano, probabilmente ciò significherebbe non uscire dal mercato ma sganciarsi in parte da un mercato impari per dimensione ed avvicinarsi invece a mercati più alla pari. Così le scelte di agricoltori biologici o artigiani che pensassero alla propria autosufficienza e al baratto, sarebbero del tutto inagibili. É invece possibilissimo che alcuni di questi inizialmente facciano la scelta di restare fuori dal mercato anche perché non ce la fanno ad entrare, mentre, poi, non appena trovano una cosa che li renda sufficientemente appetibili sul mercato, decidano di entrarvi.
Ogni processo di sganciamento - quelli ad esempio che ci portano ad essere meno dipendenti dal mezzo di trasporto, dallo standard energetico prevalente e da molte altre cose - è molto, ma molto parziale, però in qualche può tentare di correggere una tendenza. Gli esempi che ho portato, sono quelli di movimenti o di situazioni di un certo tipo, non dico immuni ma certo di minore permeabilità o con in sé anticorpi più forti nei confronti del dominio del mercato e della crescita. Eppure, sicuramente alcuni di questi anticorpi sono del tutto incompatibili tra di loro. Non c’è dubbio che chi sceglie di stare fuori dal mercato per ragioni di giustizia sociale - ad esempio i nonviolenti in generale che si oppongono comunque alle scelte militariste - si troverà fortemente in contrapposizione con chi dice: “noi contro il mercato, contro lo sviluppo, contro il progresso, spariamo anche con i cannoni, difendiamo il nostro isolamento ecc”.
Il fatto di essere portatori di “anticorpi” nei confronti del dominio della crescita e dell’espansione, non significa quindi automaticamente che ci sia compatibilità reciproca. Questa può essere costruita, ma forse non tra tutti. Ce lo insegna anche la storia delle comunità locali, come quelle del Trentino-Alto Adige. Quel che è piccolo, non è detto, diventi poi più bello. Credo però si possa dire che i possibili danni sono già minori, perché operando su scala minore, c’è una maggiore possibilità di intervento immediato da parte della gente.

La carta dei diritti ecologici

Sono decisamente favorevole all’esistenza di una carta dei diritti ecologici, ad affermare con forza questa parte dei diritti, compreso quello all’ingerenza di chi subisce le conseguenze delle scelte fatte da altri. C’è stata un’esperienza interessante nella nostra provincia, a Bolzano. Quest’anno abbiamo promosso una manifestazione contro il progetto di una centrale elettrica che avrebbe praticamente prosciugato una valle per convogliare tutte le acque in un invaso. Gli organizzatori valligiani della manifestazione hanno curato esplicitamente il coinvolgimento e la partecipazione anche dei turisti. Hanno avuto il buon gusto di scegliere in particolare quelli che nella valle ci andavano da molti anni e che quindi avevano anche una maggiore credibilità nel dire: “questi luoghi interessano anche a noi”. Certo, una simile scelta interpellava di sicuro anche il mercato e l’economia.
Un altro esempio: finora il traffico nella mia regione, il Sudtirolo, era visto sostanzialmente come veicolo di ricchezza e di turismo. Oggi la quantità di traffico che attraversa il passo del Brennero comincia a diventare controproducente dal punto di vista del turismo e rende la zona meno appetibile sotto questo profilo.
C’è quindi un ampio spazio di aggregazione e di alleanze per chi vuole solo razionalizzare lo sviluppo e chi dice “no grazie”. Se non li si pone in termini di principio ideologico, su molte questioni ed obiettivi si può trovare un accordo anche con chi oggi non ha maturato una più complessiva critica allo sviluppo.
La sede politica, a mio parere, non deve essere quella in cui si misura la compatibilità dei fini ultimi, ma in quest’ambito in modo molto laico si può scegliere di fare quel che si riesce, anche in modo parziale, senza per questo rinunciare poi ad andare oltre.
Qualche parola, al proposito, sulla “questione Alpi”. Nella mia regione, l’agricoltura è stata in gran parte salvaguardata dalla Comunità europea in nome della difesa etnica, non per ragioni ecologiche o altro. Sostanzialmente si è detto: “Se qui per l’agricoltura lasciamo andare avanti il piano Manford della Comunità (così si chiamava allora), in pratica si deve chiudere tutto quello che c’è al di sopra dei 500 metri di altitudine. No, noi questo non lo vogliamo fare perché i contadini sono il retroterra del nostro popolo e della nostra cultura”. Di fatto la politica agricola della Cee è stata molto abilmente elusa; tant’è che nel Sudtirolo non c’è stato lo spopolamento della montagna, avvenuto sull’Appennino o anche nelle Alpi occidentali e centrali.
Con ciò voglio dire che le Alpi non hanno chissà quale verbo da dire, ma che nell’arco alpino il collegamento tra “verdi di testa” e “verdi di pancia” o “di cuore”, forse è più nei fatti che soltanto nelle intenzioni.
Nella provincia di Bolzano, ad esempio, ad essere più verdi, secondo me, non siamo noi che ci definiamo tali, ma a volte lo sono più efficacemente e maggiormente molti altri come ad esempio l’Unione dei contadini. Oggi, prima di questo incontro, è stato da me un cacciatore; anzi, il capo dell’associazione cacciatori. Ebbene, non esito a dire che lui gli animali li conosce e li ama più di me. D’accordo, lui li ammazza, io no, però il modo in cui nell’insieme si occupa degli animali, rispetto a come me ne occupo io, probabilmente è più efficace.
In questo caso il confronto non può fermarsi al fatto che lui va a caccia e io no, perché anche lui ha dedicato gran parte della vita agli animali. Perciò vorrei che una volta si arrivasse a rapporti più ravvicinati, anche polemici se necessario, tra persone come questi cacciatori e le persone impegnate nella battaglia animalista. In questo senso l’arco alpino, come altre zone più marginali rispetto all’epicentro dello sviluppo industriale, può offrire qualche vantaggio ai movimenti ecologisti. In queste zone, infatti, certe situazioni non sono del tutto sommerse e quindi da reinventare da zero. Anche se poi, come messaggio generale, magari è sicuramente più dirompente e più generoso quello che ci viene dall’America latina o da qualche altro posto del Terzo Mondo.

Intervento trascritto da registrazione del 10 febbraio 1989

Conversazione al Corso “Le città invisibili” svoltosi alla Casa per la Nonviolenza di Verona

 

Pubblicato postumo su

Azione nonviolenta, luglio-agosto 1996