pro dialog

Alexander Langer

Esame di maturità: in commissione c'è un fiancheggiatore
"Fossero almeno coerenti come i brigatisti rossi che rifiutano il processo e la difesa! Ma questi, dopo tutto quel che hanno fatto, vengono a chiederci la maturità!". E' il sincero parere di un preside di una scuola media di provincia: un tipo che assomiglia (non solo fisicamente) a Tanassi e che passa la sua "vita", si fa per dire, in commissioni, concorsi, ispezioni, esami, corsi di aggiornamento ed altri incarichi consoni alla sua nobile missione di educatore. Io mi trovo a condividere per un mese i miei giorni con questo ed altri "colleghi" all'esame di maturità in un grande liceo scientifico di periferia in una delle "capitali" d'Italia; loro con oltre mezzo milione di indennità (ma devono spendere soldi se stanno in albergo), io con circa 85.000 lire, perché faccio il "commissario interno": "accompagno all'esame" i miei studenti ed i privatisti, con un ruolo che è quasi istituzionalmente quello di ammortizzatore ed elemento di mediazione tra la commissione "esterna" e la realtà dell'istituto e degli studenti "interni". Quest'anno ero decisissimo a non fare più il "commissario interno": non ne vedevo alcuna ragione, perché il rapporto con gli studenti a scuola era stato largamente insoddisfacente e spesso frustrante. Disgregazione, individualismo, rifiuto generico di ogni proposta politica o culturale e dell'impegno collettivo in genere sembravano sempre più caratterizzare la vita scolastica. "Ma chi ci crede ancora?" era l'interrogativo ricorrente, e poco importa se veniva riferito "alla scuola" o "alla politica", "alle lotte" o al "tutta la vita deve cambiare". L'assenteismo diffuso e la fiacchezza e sterilità di ogni dibattito mi hanno fatto venire la tentazione di andarmene, di piantare (almeno per qualche tempo) la scuola. L'impossibilita di fare dei reali passi in avanti, il ricatto sempre più pesante della conservazione e persino della reazione (con insegnanti anche democratici che ormai non sanno pensare ad altro che a ripristinare "severità e fermezza"), il manifesto disinteresse di gran parte degli studenti subentrato ad una lunga stagione di lotte e di impegno (il cui esito viene sentito come deludente): tutto questo tende a spingere all'abbandono ("aspettativa", in gergo burocratico) quando non addirittura a scelte di ritorno indietro. Ho letto sul "Manifesto" che Luciano Biancatelli, un compagno insegnante stimato e conosciuto della sinistra sindacale di Roma, con anni di lotte alle spalle, quest'anno ha deciso di bocciare.

Un anno frustrante

Fosse almeno stato soddisfacente il rapporto con gli studenti! Ma in realtà il loro rifiuto sempre più netto (e fondamentalmente motivato, anche se le ragioni sono il più delle volte inconsapevoli) di incontrarsi sul piano della cultura e del sapere che è possibile proporre a scuola e la crescente stanchezza verso "la politica" compensato, per quelli della FGCI, da un bieco e sempre più isolato attivismo "per salvare la scuola" hanno ridotto le possibilità di scambio e di confronto con loro. Gli interessi, anche culturali, e l'esperienza di vita degli studenti divergono sempre di più tra loro e rispetto a me ed altri insegnanti; alle assemblee c'è sempre meno gente e sempre meno di verace da dirsi; e sempre meno si crede che possa cambiare qualcosa e che all'interno della scuola sia possibile vivere qualcosa di autentico. E cosi si finisce da "compagni insegnanti" per sentirsi inutili e sprecati, pressati dall'istituzione e dalla reazione e non sostenuti, anzi abbandonati (quando non contestati) dagli studenti. Solo in piccoli gruppi, più spesso al di fuori della scuola, abbiamo qualcosa da dirci. Ma in me, come in altri compagni della mia età e formazione, è molto tenace la volontà di difesa della scuola come "servizio pubblico" e luogo d'incontro di tutti, e la preoccupazione di non chiudersi in ghetti privati, separati, impossibili (?) "isole felici". (Devo aggiungere che solo dopo la fine della scuola ho accettato di vedermi con gli studenti fuori dalla scuola per ridiscutere insieme sia i contenuti culturali che alcuni problemi di rapporto: è stata, persino dal punto di vista "didattico", un'esperienza bella, ma con il fondamentale limite che ci stavamo in poco più di dieci).

Chi me lo fa fare?

Parlavamo dell'esame ed è utile tornarci, perché è come un nodo che complica e spinge a sciogliere i problemi. Dicevo che non avrei voluto fare il "commissario interno". Se alla fine, e di fronte al rifiuto di tutti gli altri colleghi, l'ho fatto, era sostanzialmente perché voglio bene e mi sento legato agli studenti, perché sono convinto di capire meglio degli altri la loro realtà e di condividerne molta parte e perché tra loro che, è vero, non hanno studiato, non si sono impegnati, ecc. e l'istituzione non ho dubbi da che parte stare, anche quando è cosi difficile. Che sia politicamente giusto ammorbidire e mediare in qualche modo l'incontro e l'inevitabile scontro tra loro e l'istituzione (la commissione, la Cultura, l'esame), mi pare invece assai dubitabile. Perché scontro è, c'è poco da dire. Non nel senso bello, del- la lotta. Ma nel senso che all'esame i temi degli studenti sono veramente "impossibili", le loro risposte alle interrogazioni spesso anche, la loro preparazione indifendibile da qualsiasi punto di vista (cultura tradizionale, cultura alternativa, coscienza critica, ecc.). Vien quasi la tentazione di dar ragione ai sussiegosi commissari che, quando va bene, sentenziano un "sufficientino" e nella maggior parte dei casi trovano che "il candidato sfiora appena la mediocrità" o che "la preparazione è alquanto lacunosa e nel complesso modesta".

Ha un senso lavorare nella scuola?

L'imbarazzo all'esame è per me il punto più alto del disagio vissuto durante tutto l'anno scolastico. E' il momento in cui improvvisamente ogni "cioè" e ogni "certo discorso", ogni "estremamente importante" e "in un certo senso" diventa un rimprovero vivente anche a me; in cui a momenti quasi rimpiango di non essere stato "severo" e poi mi vergogno di essermi fatto catturare dalla morsa degli esami. L'estraneità degli studenti rispetto alla scuola  - estraneità ormai quasi più spesso esistenziale e persino "qualunquistica" che non politica e comunque consapevole e rivendicata in nome di qualche impegno alternativo - è diventata tale, in molti casi, che appare assurdo voler mettere i panni della normalità e della "sufficienza" scolastica ai brandelli raffazzonati di sapere quantificabile. Eppure, all'esame si è costretti a lottare contro il nemico principale, che in quel momento è la commissione che può bocciare, costringere a passare un altro anno in quella assurda scuola oppure a uscirne senza quel "diploma" che tacita i genitori e può, forse, dare accesso a un periodo meno controllato e meno dominato dalla famiglia. Di fronte a questo nemico principale, succede che non si riesce più a prendersela con gli altri nemici, che anch'essi vengono fuori agli esami nella loro forma più brutta: l'approssimazione e la superficialità di molti studenti, in qualcuno anche la competizione e la volontà di emergere sopra gli altri (c'è persino chi non lascia copiare: se io dovessi bocciare qualcuno, sarebbero questi), la rinuncia ad ogni creatività e convinzione propria di fronte alla costrizione ad alienarsi e a produrre per un esame ed una commissione estranei ed ostili. Le interrogazioni quotidiane sono una pena; per me forse più che per gli studenti. Di fronte a una prospettiva in cui tutto sembra indicare l'avanzata della restaurazione, il ritorno alla selezione, l'emarginazione programmata di una larga fascia di giovani dalla scuola, l'imposizione di un sapere professionalizzato e "socialmente utile" all'interno degli usi richiesti da un capitalismo in via di ristrutturazione galoppante; di fronte a tutto questo, "l'incapacità di portare avanti certe posizioni", per dirlo con i miei studenti, è quasi tragica. Quale sapere, quale cultura, quale esperienza collettiva di crescita, di confronto, di dialogo, di rapporto con la prassi e con la teoria sarà possibile sviluppare? Si potrà, da compagni che insegnano, contribuire anche nella
scuola a far maturare qualcosa di quella robusta autonomia (non certo solo politica) di cui i giovani, che sono adolescenti ora, avranno bisogno in questa fase? Fare i tappabuchi o le crocerossine, come in quest'esame, non ha senso. Non sarà facile individuare altre possibilità.

Da "Lotta Continua", 23 luglio 1978. Scritto con lo pseudonimo, usato anche in altre occasioni, di "Agilulfo".