pro dialog

Alexander Langer

I tre nemici di Adriano sofri
Non vorrei essere nei panni di Adriano Sofri (che ora sta ricorrendo all'estrema protesta dello sciopero della fame), di Giorgio Pietrostefani, di Ovidio Bompressi. Ma ancor meno vorrei essere in quelli dei loro accusatore e del suo legale, dei loro giudici, che li hanno dichiarati colpevoli dell'omicidio del commissario Calabresi, avvenuto nel 1972. Sofri, Pietrostefani e Bompressi si trovano oggi a lottare essenzialmente contro tre avversari: la parvenza di verosimiglianza, l'anacronismo (cioè la distanza nel tempo, che fa apparire le cose fuori luogo e contro senso) e la voglia della gente di occuparsi d'altro. In più sembrano avere un nemico molto potente: un coacervo tra elementi dell'apparato di polizia (ed in particolare nell'Arma dei Carabinieri) e della giustizia (soprattutto di Milano) che sa fare quadrato intorno ad un obiettivo perseguito ostinatamente da molti anni, non solo da qual luglio 1988 nel quale Leonardo Marino cominciò a "pentirsi" e ad accusare, prima in varie caserme (non verbalizzato ufficialmente), poi negli uffici giudiziari, con tanto di messa a verbale. La parvenza di verosimiglianza: Lotta continua che uccide il commissario Calabresi, dopo aver condotto contro di lui una campagna di accuse per la morte dell'anarchico Pinelli - cosa c'è di più plausibile?

Tutta la conduzione del processo Calabresi in prima e seconda istanza si è accontentata della verosimiglianza, evitando le fatiche (e, magari, le sorprese) della ricerca di verità.

Testimonianze, prove, circostanze che non corroboravano la verosimiglianza, venivano sistematicamente trascurate, elementi (non prove) che invece potevano rafforzare la "presunzione di ovvietà", sono stati tenuti in gran conto.

L'anacronismo: nessuno e niente dopo sedici anni è uguale a se stesso, nel tempo. Un giudizio sui gruppi della sinistra estrema a cavallo degli anni '60 e '70, letto attraverso il senno di poi, rischia di rendere assai difficile, persino a magistrati e togati non prevenuti ed animati da sete di giustizia, la riconoscibilità reale degli intenti, delle azioni, dei contenuti. Nel caso "Calabresi" se ne è avuta una inquietante conferma: rubricare, a sorpresa, tale processo in Corte di Cassazione sotto la voce (mai contestata sinora) di terrorismo (e quindi di banda armata). E' un po' come usare termini come "avanti tutta" o "indietro tutta", parlando del viaggio di Cristoforo Colombo e saltando la circostanza che non c'erano ancora le navi a vapore o motore.

La voglia della gente di occuparsi d'altro: caduta la cortina di ferro tra est ed ovest, apertosi il buco nell'ozono o superata la tradizionale divisione tra destra e sinistra, come si fa ad appassionarsi ancora alla differenza tra Lotta Continua ed i gruppi armati che sono sorti più tardi, o alle ragioni profonde (giuste o sbagliate che fossero) della campagna sulla "morte accidentale di un anarchico" avvenuta nella questura milanese nel lontano 1969? Persino un'ingiustizia grave, inflitta rispetto a quegli anni sembra nascere già sbiadita e quindi più accettabile.

Come se non bastasse, ci si mettono anche una serie di elementi, per così dire stagionali, a rendere improbabile un sereno riesame del "Processo Calabresi" in Cassazione. Non bisogna forse, in questo momento, stare dalla parte dei giudici di Milano, visto che da lì si è dato il via al disinquinamento della politica dagli affaristi? Non è forse sospetto chi insiste sul proprio "giudice naturale", quando questi coincide con la sezione "ammazza-sentenze" di Carnevale, considerata (come minimo) tenera verso la mafia?

Non è propizia, poi, l'occasione perché - dopo tanti tira-e-molla intorno al Csm - dei magistrati diano una "lezione a Martelli" riconfermato ministro della giustizia e la cui passata amicizia con Sofri viene ampiamente sussurrata in giro?

Non è, infine, venuto il momento in cui si possono e si devono gettare alle ortiche tante paranoie su complotti politico-giudiziari e polizieschi per affrontare senza paratie politiche la verità storica: tutta intera, sine ira et studio?

Proprio questo Adriano Sofri e i suoi coimputati avevano fatto, con meticoloso scrupolo ed estrema accettazione del terreno tecnico-giudiziario dell'accertamento della verità. Hanno evitato il processo politico proprio per stare al gioco che loro veniva imposto, e forse anche perché, dopo tanti anni, quello dei fatti e delle prove poteva essere l'unico linguaggio comune comprensibile a tutti, indipendentemente dall'età anagrafica e dalle presenti o passate collocazioni politico-culturali.

Ed invece si sono trovati dannati, oltre che dai loro giudici di primo e secondo grado, dalla triade fatta di verosimiglianza, anacronismo e voglia di occuparsi d'altro.

Sono stati questi i potenti alleati di quel piccolo ed assai determinato nucleo di carabinieri, magistrati e giornalisti che hanno spianato la strada al verdetto e che ora sono riusciti a far spostare il processo di Cassazione ad una sezione di loro gradimento, e con una qualificazione ("terrorismo") di loro gradimento.

E' davvero difficile lottare contro la diffusa volontà di far tornare i conti, e di trovare - tra tanti delitti "politici" inspiegati ed impuniti - finalmente uno che risulta spiegato e punito. Per questa ragione non invidio Sofri e ed i suoi coimputati, e mi dichiaro solidale con la sua protesta.

Ma è anche questo il motivo per cui trovo assai più spiacevole la posizione in cui si trovano quelle persone all'interno dell'apparato accusatorio e sanzionatorio, che, per le cose che sanno e che hanno vissuto, sono perfettamente consapevoli di speculare sulla verosimiglianza, la lunga distanza di tempo e la voglia delle gente di occuparsi d'altro per regolare un loro misterioso e vecchio conto.

Prima di arrivare ad un punto in cui a Sofri e agli altri dovremmo chiedere di perdonare loro "benché sappiano quello che fanno", bisogna battersi per ottenere giustizia, non verosimiglianza: un giudizio di Cassazione che confermi che in Italia esistono ancora giudici, come nella Berlino di Federico il Grande.