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Bosnia-Erzegovina / Giugno-ottobre 2016: dalla pubblicazione dei risultati del censimento 2013 (il primo dopo la guerra) alle elezioni amministrative 2016. Un periodo complicato.
16.10.2016

A giugno sono stati divulgati i dati ufficiali del censimento svoltosi tre anni fa: il primo dopo il conflitto degli anni novanta, che ha stravolto la struttura demografica della Bosnia-Erzegovina. Nel frattempo è iniziata la campagna elettorale, condizionata dalle dimostrazioni di forza della Republika Srpska riguardo al referendum per il 9 gennaio, indetto nonostante la Corte suprema bosniaca lo avesse dicharato anticostituzionale. In questo clima di tensione si sono svolte le commemorazioni dell'11 luglio, giornata delle vittime del genocidio di Srebrenica. Poi le elezioni amministrative di ottobre che hanno sostanzialmente confermato i blocchi partitici di rappresentanza etnico-nazionale, con qualche spiraglio positivo e molta preoccupazione e incertezza sul futuro di Srebrenica, che per la prima volta dopo la fine della guerra potrebbe perdere il sindaco bosgnacco. Questo e altro nei testi redatti durante la nostra permanenza in Bosnia-Erzegovina in questi mesi, con i commenti di Bekir Halilović e Valentina Gagić Lazić (Adopt Srebrenica) e l'intervista con Vehid Šehić (Forum cittadini di Tuzla).

 

Intervista con Vehid Šehić / Elezioni amministrative 2016 in Bosnia-Erzegovina

L’analista politico Vehid Šehić (costituzionalista, attivista per i diritti umani e per la convivenza fin dall’inizio della crisi jugoslava, promotore insieme ad Alexander Langer del Verona Forum per la pace e la conciliazione in ex-Jugoslavia) afferma che ci sono molte ragioni che hanno causato la grande astensione dell’elettorato bosniaco e tra queste sicuramente l’insoddisfazione per l’attuale situazione socio-economica e anche la grande sfiducia degli elettori nei confronti degli attori politici bosniaci. Šehić sottolinea la pericolosità del fatto che i cittadini molto spesso si autoconvincono che il loro voto non serva a niente e che non si possano cambiare le cose. “Viviamo in un tempo instabile politicamente, nel quale le persone perdono la speranza che qui si possa cambiare qualcosa. Però è proprio il voto a rappresentare l’unica arma civile con la quale si può cambiare qualcosa in questo paese e i cittadini sono proprio coloro i quali devono cambiare mentalità e convincersi che il loro voto può decidere se qualcuno diventerà il loro sindaco o un amministratore della cosa pubblica, sia a livello locale che nazionale”, dice Šehić.


La campagna elettorale all’ombra del referendum

“Si è parlato poco delle questioni fondamentali che interessano ai cittadini e questo significava rispondere a domande tipo se avrebbero trovato un lavoro, se gli stipendi sarebbero stati pagati regolarmente, se sarebbero stati in grado di garantire un’istruzione ai loro figli o di avere garantita la soddisfazione dei bisogni primari minimi… quando si ha paura del futuro a volte si ragiona in modo irrazionale. Secondo me la cosa peggiore è decidere di non andare a votare… da la dimensione della rassegnazione complessiva, e poi perché andare a votare vuol dire anche essere legittimati a criticare chi è al potere, se non rispetta le sue promesse elettorali”, aggiunge Šehić.

La campagna elettorale dei partiti politici e dei candidati indipendenti è stata all’insegna della promessa di grandi cambiamenti nel nostro paese, ma finché esiste questo sistema politico, di cambiamenti non ce ne possono essere. Un tale ambiente politico è perfetto per gli attuali governanti in Bosnia-Erzegovina e quindi perché dovrebbero voler cambiare qualcosa che porta loro dei vantaggi e trasformarlo in un sistema in cui i cittadini avrebbero più peso? Perché i nostri attuali politici dovrebbero voler cambiare un sistema in cui non esiste per loro nessun tipo di responsabilità nei confronti dei cittadini, delle istituzioni e praticamente nessun tipo di sanzioni se non rispettano la Costituzione e le leggi dello stato? Non sono ottimista perché con questo tipo di persone al potere non possiamo avvicinarci all’Europa in nessun senso. E poi i risultati elettorali, per me, significano anche che come cittadini siamo dei pessimi “datori di lavoro”.

I cittadini mantenuti in situazione di paura

I risultati raggiunti dalla SDA (Partito dell’azione democratica, soggetto politico di raccolta identitario-nazionale bosgnacco) e dalla SNDS (Lega dei socialdemocratici indipendenti, soggetto politico di raccolta identitario-nazionale serbo) è stato possibile proprio in conseguenza del modo di svolgere la campagna elettorale di questi due partiti, che erano contrapposti su tutti i fronti e che hanno lavorato all’escalation delle tensioni tra i gruppi nazionali. I cittadini sono stati nuovamente portati ad avere paura degli “altri” e se guardiamo i risultati ottenuti da questo modo di comunicare, possiamo dire che è stato sicuramente un successo per i leader dei partiti identitario-nazionalisti. È stata creata un’atmosfera di paura e paventata la possibilità del ripetersi di conflitti tra i gruppi nazionali della Bosnia-Erzegovina e questo è stato uno dei motivi principali del successo di questi due partiti, che del resto sono al governo da due decadi. C’è comunque da sottolineare che il c.d. blocco civile, rappresentato dai partiti che si rivolgono a tutti i cittadini bosniaci, ha ottenuto dei risultati relativamente buoni. Mi riferisco innanzitutto alle conferme della SDP BiH (Partito socialdemocratico bosniaco) e di Naša stranka, come attori politici trasversali.


Relativamente alla vittoria di Fikret Abdić a Velika Kladuša e al non confermato grande vantaggio del candidato sindaco serbo a Srebrenica, Mladen Grujičić, penso che sia una questione di norme morali, ovvero di stabilire dei criteri morali sulla possibilità di candidarsi. Se parliamo di legge costituzionale o elettorale non ci sono preclusioni alla candidatura di personaggi come Fikret Abdić (n.d.r.: negli anni ottanta, Abdić fu direttore della Agrokomerc di Velika Kladuša, una grossa azienda di stato, colosso del settore agro-alimentare jugoslavo. Fu coinvolto nel famoso scandalo Agrokomerc rivelatosi successivamente una montatura e all’inizio degli anni novanta fu tra i fondatori della SDA. Vinse le elezioni presidenziali del 1991, ma lasciò a favore di Alija Izetbegović. Nel 1993, nella sua roccaforte di Velika Kladuša, fondò la Regione autonoma della Bosnia occidentale, in accordo con Franjo Tuđman e Slobodan Milošević, con un corpo paramilitare al suo comando. Per i crimini di guerra commessi durante il conflitto bosniaco è stato condannato in via definitiva a 15 anni di reclusione, pena che ha recentemente finito di scontare). La gente, a fronte della situazione attuale, tende a rimembrare e mitizzare tempi passati migliori e lui era direttore della Agrokomerc. A quel tempo, prima della guerra, quella parte della Bosnia-Erzegovina ha vissuto un periodo florido economicamente e questo forse è stata la ragione per cui Abdić ha preso il doppio dei voti del candidato concorrente. Adesso viviamo in un contesto profondamente diverso e vedremo a cosa porterà questa scelta basata sulla nostalgia dei bei tempi passati.

A proposito di Grujičić, il candidato sindaco serbo di Srebrenica, se confermato il risultato provvisorio, è la dimostrazione evidente che i cittadini della Bosnia-Erzegovina stanno attraversando una fase in cui non vogliono confrontarsi veramente con il recente passato. Riscontro un approccio selettivo alla giustizia e alla verità, nel senso che stiamo accettando solo quello che ci fa comodo e neghiamo quello che ci da fastidio, anche se è la verità e quando siamo in una simile situazione di mancanza di valori morali, allora non dobbiamo stupirci se il candidato serbo a sindaco di Srebrenica nega il genocidio. Questa è la realtà in cui viviamo, ovvero la riluttanza della maggior parte dei cittadini bosniaci a confrontarsi con il passato e prendere atto della verità, in modo da depotenziare l’empasse attuale in cui ognuna delle tre parti in causa è depositaria di una mezza verità esclusiva, che brandisce come un randello per tenere sotto controllo il proprio elettorato, aizzato, per la paura di altre tragedie, contro gli “altri”.

 

Paradise lost: Bosnia-Erzegovina 20 anni di pace

(di Andrea Rizza Goldstein, Bekir Halilovic, Valentina Gagic Lazic, Evi Untethiner)

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