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Irfanka Pasagic: Srebrenica, una guerra contro le diversità

Nella sua lunga storia la Bosnia Erzegovina innumerevoli volte ha attravesato eventi turbolenti. Ed e' sopravvisuta, nonostante tutti i tentativi di uccidere anche il solo pensiero della covinenza tra diversi gruppi etnici.

A mio parere, la recente guerra e' stata una guerra contro le diversita', prima di tutto di quello che l'Europa, e che ironia, cerca di essere.

Srebrenica, come tutti i luoghi dell Bosnia Erzegovina, e' intrecciata  di villaggi nei quali vivevano molti bambini, giovani ed altri. Alcuni villaggi erano serbi, bosgnacchi, croati , mentre alcuni erano comuni. Proprio come il ćilim ( tappeto) bosniaco- coloratissimo, bellissimo, indistruttibile.

I villaggi vicini condividevano scuole, ambulatori, strade, luoghi di raduno e nessuno si e' mai chiesto perche' siamo insieme. Era il nostro modo di vivere. E non eravamo troppo stretti. E non stavamo male.

Nonostante la guerra  avesse dovuto fare una Bosnia „pura“ cio' non e' sucesso. Sta di fatto che il ćilim non e' piu' cosi' colorato come prima, ma con il penisero di continuare a vivere la propria vita sulle rovine dei propri antenati,  i piu' corraggiosi sono „condanatti“ a vivere gli uni accanto agli altri, a dispetto del male.

Tuttavia, la comunita' in cui vivevano prima della guerra e' scomparsa.

In realta', tutto e' scomparso.
Anche le persone che un tempo erano li'.

I sopravvisuti tornano diversi, con pesanti traumi che lasciano tracce. Ma anche alcuni appena nati e quelli che nei tempi peggiori erano solo bambini, continuano la vita con sulle spalle il fardello del recente passato.

La vita delle comunita' distrutte deve essere costruita dall'inizio. Purtroppo, anche lottando contro chi ancora  volentieri  costruirebbe dei muri.

Fino a ieri parti in lotta, oggi continuano di nuovo a camminare sulla stessa strada. Vanno nei stessi negozi, nelle banche, nei campi che lavorano, viaggiano sugli  stessi autobus. E in questa nuova vita spesso si devono incontrare. E salutare. Per l'inizio del dialogo.

Nel frattempo bisogna costruire e prendersi cura di quello che devono e quello che possono. Quello che hanno in comune - la lotta comune per la sopravvivenza e per una vita migliore, per strade migliori e per nuovi posto di lavoro, per un'istruzione migliore, per un maggiore rispetto dei diritti di tutti.

„Condannati“ gli uni agli altri, per quanto possa suonare male, hanno bisogno gli uni degli altri.

Parlare di quello che e' accaduto e' ancora doloroso.
Ascoltare „l'altra“ parte e' ancora piu' doloroso.

Ma senza verita', per quanto essa possa essere brutta, non c'e' riconciliazione e buona convivenza. Ci vuole il dialogo. Vicinanza del vivere ed un passato comune sono buone predispozioni che cio' possa accadere  un giorno.

Quando la guerra e' finita, con il sentito aiuto della comunita' internazionale, siamo rimasti divisi. Ai confini all'interno della BiH c'erano custodi del territorio armati. In questo caos mi sono chiesta se la guerra avesse veramente fatto in modo che, fino a ieri uniti,  diventatissimo completamente diversi. E che niente piu' ci legasse.
Raramente abbiamo oltrepassato i confini che ci hanno imposto. Andare dall'altra parte era segno di corraggio, perche' ci spaventavano con i racconti. Su quegli altri.

Ho pensato- e' impossibile che abbiano distrutto tutto quello che di buono avevamo, tutto quello ci era comune,  che abbiano distrutto la fiducia, la condivisione, che abbiano distrutto il ricordo della bellezza delle nostre tristezze e delle nostre gioie comuni.

Ho scritto un progetto in cui abbiamo „unito“ le donne di Tuzla che erano esiliate a Doboj, Bijeljina, Brčko, con le donne provenienti da quelle citta' esiliate a Tuzla. Il progetto e' stato realizzato con Human Rights Office ed e' stato il primo tentativo di ricucire i fili spezzati della vita multietnica in Bosnia Erzegovina.

Non e' stato facile. Un questionario semplice che ho fatto e che e' stato distribuito alle donne da compilare e' stato uno shock per me. Da „mai piu' insieme“ a risposte che erano sulla soglia della pazzia. Non ci siamo lasciati scoraggiare. Sono andata ad incontrare quelle donne e ho visto la loro paura. Divise da un'approccio diverso da parte dei „propri“,  di ritorno non ne volevano parlare. E neanche di convivenza. Pero ' avevano accettato di incontrarsi.

I primi incontri erano incontri tra due gruppi di „stranieri“. Ognuno dalla propria parte dello spazio che condividevano, stretti,  senza voglia di dire una parola. Quello che ci rendeva felici e' che nessuno aveva rinunciato. Il cambiamento che ha portato all'unificazione del gruppo era la conversazione sulla perdita di alcuni ricordi cari. Tutte hanno pianto ed e' stata la prima cosa che hanno fatto insieme. / Non abbiamo parlato della perdita di persone care, perche' cio' avrebbe richiesto molto piu' tempo di quello che avevamo a disposizione a causa della durata limitata del progetto. O forse neanche noi non eravamo pronti ad aprire le ferite piu' profonde./

Dopo quell'incontro tutto e' stato diverso.

Hanno cercato di aiutarsi l'una con l'altra, di trovare il modo di andare insieme a vedere le case e gli appartamenti dove un tempo abitavano,  di riavere indietro alcune piccole cose care. Hanno iniziato a parlare. E chiedere di persone che un tempo conoscevano.

Il questionario che abbiamo rifatto e' stato completamente diverso, con molta piu' speranza e molta piu' comprensione „ per  quegli altri“ nelle risposte.

Anche per i professionisti e' difficile confrontarsi con il passato.
Con la Dott. Ssa Yael Danielli, psicologa di New York, direttrice del Centro per le vittime dell'olocausto i loro figli, ho parlato delle terrificanti esperienze che ascolto tutti i giorni e di come fosse difficile far fronte al male che e' stato fatto. Confidando sul fatto che psichiatri, psicologi, attivisti dei diritti umani, assistenti sociali hanno maggiore empatia e capacita' per affrontare il passato abbiamo deciso di realizzare il progetto „ La democrazia non puo' essere costruita con le mani di chi ha il cuore spezzato“, trando il titolo da una frase di un libro della Dott.ssa Danielli.

Il primo gruppo preparatorio e' stato aTuzla, dove i partecipanti erano provenienti dalla Federazione. L'altro gruppo e' stato  a Banja Luka e i partecipanti provenienti dalla Repubblica Serba. Anche se il gruppo a Tuzla era multietnico, in nessuno dei due gruppi ci sono stati grossi problemi. Quando abbiamo progettato  il primo gruppo comune sono iniziati subito i primi problemi- dove si sarebbe tenuto, perche' noi andiamo da „loro“, perche' non vengono loro da noi e cose simili. Il primo incontro comune e' stato a Banja Luka.  Se negli incontri privati potevamo tranquillamente comunicare, scherzare e prendere il caffe insieme, quando ci siamo trovati di fronte in gruppo le emozioni sono state troppo forti sicche' molti membri del gruppo spesso hanno dovuto lasciare la sala. Ma nonostante cio' l'incontro si e' prolungato fino alla sera tardi, durando molto piu' di quello che avevamo previsto.  A volte ho avuto l'impressione come se stessimo giocando a ping-pong , ribaltando  la colpa sugli  altri perche' era evidente che ognuno di noi si sentisse meglio nel ruolo di vittima, piuttosto che malefice, e che volesse che  il ruolo di vittima fosse dalla propria parte.

Dopo un paio di incontri, guidati dall'esperienza del Dott.ssa Danielli,  „siamo cresciuti“ e abbiamo riso dei  partecipanti dei nuovi gruppi che abbiamo  formato in alcune citta' in BiH, perche' hanno reagito proprio come noi all'inizio del lavoro comune.


Nei villaggi e nelle piccole comunita' vivono le persone che sanno  com'e' stato.

Ci sara' bisogno di tempo per dare, sia da una parte che dall'altra, un nome chiaro  a tutti i carnefici.

E a chi nei momenti peggiori e' rimasto uomo.

Ci sara' bisogno di tempo per riconoscere le vittime e far si che gli uni agli altri dicano e sentano che gli dispiace.

E quando cio' avvera' potranno dire di aver vinto.

Il passato non puo' essere dimenticato. E non deve. Per andare avanti le lezioni del passato possono essere una bussola Per indicare come si deve e e come non si deve. Perche' se di nuovo seppeliamo la verita' e se la giustizia non raggiunge i malefici, diamo di nuovo la possibilita' che qualcun'altro,  sulle ferite mai guarite del passato, uccida delle altre nuove  Srebrenice.

Nel frattempo e' necessario  aiutarli a costruire. Insieme.

Sono molti i luoghi in Bosnia Erzegovina dove le comunita' stanno risorgendo, come nei casi di Brežani e Osmače. Solo con un'obiettivo preciso, una strategia di sviluppo e un sostegno della comunita' locale e internazionale, imprese del genere possono diventare un raggio di luce della vittoria del bene sul male.