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Fabiana Bussola: Un funerale lungo dodici anni

Fino al numero 465: la voce di due ragazzi legge i nomi di tutte le salme sulla lista, mentre file di uomini sollevano e trasportano le bare leggere, rivestite di panno verde, il colore dell’Islam. Dall’altra parte del memoriale di Potocari, dove già 2.400 persone sono state tumulate, le donne attendono in preghiera, accanto a piccole fosse, l’arrivo del loro caro.

È da 12 anni che qui, a cinque chilometri da Srebrenica, in pieno territorio serbo bosniaco, la comunità musulmana celebra un enorme funerale. Sono le vittime del genocidio, il massacro più grande accaduto in Europa dopo la seconda guerra mondiale, come lo ha definito la Corte internazionale di giustizia dell’Aja nel 2004. L’11 luglio 1995 è il giorno della capitolazione di Srebrenica, messa sotto assedio durante la guerra dei Balcani per più di tre anni dalle milizie di Ratko Mladic, detto il macellaio, braccio esecutore di Radovan Karadzic, ideologo della pulizia etnica. A due passi dalle nostre coste, nel cuore di un’Europa che fatica a vedere e nicchia sulle sue responsabilità, bastano pochi giorni per eliminare quasi 8mila persone, tra i 12 e i 77 anni, in maggior parte uomini. Davanti agli occhi di 450 caschi blu olandesi, impotenti e impauriti, privi di copertura aerea per indebolire l’esercito di Mladic, si compie uno sterminio sistematico: dei 15mila uomini in fuga tra le montagne e i boschi, lungo sentieri minati, sotto il lancio delle granate, ne vengono presi tanti. Le truppe serbo bosniache sfruttano anche le divise e i blindati dell’Onu rubati per fingersi salvatori: a loro si consegnano dopo ore e ore di fuga tanti musulmani di Srebrenica e dintorni, credendo di mettersi in salvo. Le donne, gli anziani, i bambini e i malati cercano rifugio nel compound olandese, l’ex fabbrica di accumulatori a Potocari, a 5 chilometri dalla città. Lì vengono smistati, alcune donne restano nelle mani dei soldati serbo bosniaci, brutalmente violentate e uccise. Gli uomini catturati, invece, vengono portati in altri magazzini, in scuole, fabbriche, lungo la Drina, e fatti fuori. Anche all’interno della fabbrica a fianco del compound avvengono atrocità: a un metro da terra si vedono ancora i fori nel cemento, segni delle mitragliate che finiscono la vita di centinaia di persone. In qualche punto ci sono ancora tracce di sangue schizzato, ormai scurito, i condotti dell’aria tempestati di colpi. Srebrenica, area protetta secondo il Consiglio di sicurezza. Ora un capitolo di storia che in molti vorrebbero archiviare in fretta, perché in quei giorni di pulizia etnica la comunità internazionale ha perso la faccia. Oggi, 11 luglio 2007, sono arrivate quasi 30mila persone, anche dall’estero, per partecipare alla tumulazione: parenti, familiari, ma soprattutto musulmani bosniaci che non vogliono dimenticare. Il cielo è di piombo, la notte e l’alba è stata solo pioggia e il terreno è un pantano. Ma nessuno si muove, tanto che persino le nuvole restano col fiato sospeso: solo alla lettura dell’ultimo nome ricomincia a piovere. Sul volto delle madri, delle vedove, delle nipoti le emozioni si rivelano a fatica. La sofferenza è vissuta con una dignità che ti ammutolisce.

Per 465 famiglie sopravvissute allo sterminio è arrivato il giorno della certezza: quello è il corpo, o quello che resta del loro caro, a cui possono dare sepoltura, una tomba su cui pregare. Gli altri attendono che anche i loro parenti siano riconosciuti, che almeno gran parte dei loro corpi siano identificati tra i frammenti in cui sono stati smembrati dai serbo bosniaci. Dispersi con la forza delle ruspe, poco dopo lo sterminio, tra fosse primarie, secondarie e terziarie, lungo una mappa difficile da ricostruire che ne conta oggi 350, a cui vanno aggiunte altre 3.800 fosse individuali.

Così capita che al centro di identificazione nella città di Tuzla, ci voglia molto tempo, nonostante il Dna, prima di comporre i resti di ogni persona. E succede pure che, a distanza di qualche anno, in un’altra fossa si trovino frammenti appartenenti ad una vittima già sepolta.

La celebrazione religiosa, condotta dal capo della comunità musulmana Mustafa Cevric, dura più di un’ora. Risuonano le sue parole perché non ci sia mai più un altro genocidio, mai più un’altra Srebrenica. Perché Dio aiuti a non sentire l’odio, a mutare lo spirito di vendetta in desiderio di giustizia.

Intanto, il tribunale dell’Aja attende la consegna di Mladic e Karadzic. Protetti o in fuga, ancora non hanno risposto delle loro responsabilità. In questa zolla dolorosa di terra, dove in molti vivono in precarietà, in case dalla lenta ricostruzione, in paesi svuotati e in città ancora gonfie di profughi, in questo giorno di sepolture, la Bosnia muore di memoria.