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CUORI DI BOSNIA, gli appunti di viaggio di Daniela Caprino a Srebrenica, luglio 2006
Erano i primi giorni di luglio del 1995. La guerra che stava bagnando di sangue i balcani sarebbe dovuta concludersi perché si raggiunse un accordo che prevedeva la ripartizione della Bosnia Herzegovina in zone pure etnicamente e quindi, croati, serbi e musulmani.

 

Rimaneva da risolvere la questione dell’enclaves, queste aree isolate a maggioranza islamica, sotto assedio da moltissimi mesi ma ancora ufficialmente protette (??) dall’ ONU che già da maggio aveva annunciato un ritiro, infatti, i Caschi Blu Olandesi che con il mandato delle Nazioni Unite dovevano proteggere la città di Srebrenica, la consegnano con un brindisi a Ratko Mladic, allontanandosi. Col tempo iniziò a filtrare qualche notizia su cosa avvenne veramente in quelle ore.

 

I governi non volevano intervenire , e la caduta della città provocò un’emozione profonda riattizzando i contrasti e chetando irrevocabilmente i sostenitori dell’equidistanza che si traduceva in un sottaciuto via libera ai corpi armati serbi. Srebenica, fu il punto di svolta della guerra in Bosnia, fu barattata con Sarajevo, ma ben presto ci si rese conto dell’orrore che si compiva.

 

Srebrenica è ancora oggi, dopo 11 anni, una ferita aperta, lo è per i Bosniaci che si sono sentiti ripudiati e dimenticati e lo è per l’Unione Europea che ha dimostrato tutta la sua inettitudine all’azione.

 

 

L’11 luglio del 1995, le truppe di Mladic rastrellano la popolazione, raccolgono in campi di concentramento circa diecimila bosniaci musulmani maschi, dai 14 ai 70 anni, le donne vessate. Si procede all’esecuzione delle vittime con mitra e granate e si seppelliscono i corpi o quello che ne resta in fosse comuni, interrate da ruspe.A Srebrenica sono stati negati i diritti fondamentali e naturali dell’uomo che nessuno può offendere. E’ una pietra di riferimento reale per giovani generazioni.Chi viene qui, attraverso questo museo della memoria, rivive quei momenti che non dovrebbero mai ripetersi in nessuna parte del mondo civile, ma, guai a dimenticare e a pensare che tutto faccia parte di un passato che però, non potrà mai più tornare. Spetta a noi infondere alle nuove generazioni quei valori di pace, di libertà e giustizia che ci permettono di guardare al futuro con ottimismo. Questi valori vanno condivisi e difesi da tutti.

Dannati gli uomini che dopo aver letto e visto, sospireranno e torneranno alle loro occupazioni quotidiane. Eventi spaventosi e incredibilmente drammatici accaddero a Potocari. E pensare che si sono svolti alle spalle di casa nostra. Sembrava si aggirasse per le strade di questa cittadina, una tribù selvaggia e sanguinaria che dava la caccia e non era composta da strambi e misteriosi extraterrestri arrivati da pianeti lontani ma, era un ceppo di ex amici, ex vicini di casa, un clan con la piena copertura morale e materiale per compiere questo scempio.Sono qui e questo paese sembra venir fuori da una catastrofe cosmica. La stessa cittadina, dove pochi anni prima pulsava una vita tenace, di cui non è rimasto assolutamente nulla, non un soffio, non un respiro, solo pochi uomini che raccontano, piangono e cercano di vivere pur essendo morti dentro. Le cose che descrivo sono la piccola punta di un enorme iceberg galleggiante in un grande mare di inammissibili, tragici avvenimenti di migliaia di vite umane recise a metà, di particolari episodi che spesso mi fa rabbrividire ripescare, decifrare e portarli alla luce dopo averli ascoltati. Perché? Perché non capisco come possa essere possibile. Vorrei che ci si allarmi alla constatazione che il nostro mondo è ancora così poco perfetto, che la sensibilità umana sia ancora così superficiale, così labile…..quasi inesistente.

Quello che accadde a Sebrenica ci pone il problema dei limiti dell’umanità dei popoli, il limite in cui finisce la moralità di una comunità umana che è precipitata in una lascivia animalesca dove, un branco senza ritegno, abbandonato ogni principio, assassina, tortura, affama, umilia città e paesi interi. Un giorno questo raptus sterminatore che attanaglia un’intera generazione si è infiltrata nell’animo di questo popolo per sfogarsi contro un simulacro sacrificale. Eppure era già successo con gli ebrei…neanche 50 anni fa..Abbiamo imparato qualcosa?? Niente affatto. Dopo aver pianto milioni di ebrei, eccoci qui oggi a versar lacrime ardenti per un campo infinito di corpi uccisi per…..niente. Non c’è niente che possa autorizzare un uomo ad uccidere un altro uomo.

Fu uno sterminio di massa pianificato e realizzato con zelo e precisione senza compromessi e senza pietà. La perfidia e il cinismo raggiungono limiti incredibili e le trovate erano molteplici e ingegnose. Una tragedia impensabile, deprimente per il nostro intelletto e per il nostro cuore. Guardo questo campo ed è un fatto inoppugnabile che migliaia di persone non esistono più. Li hanno ammazzati. Ecco dove è finita la popolazione maschile di Srebenica. Oggi la comunità serba è costretta ad ammettere un orrore ostinatamente smentito per il quale criminali di guerra vennero persino celebrati come eroi. Tutti adesso sono pronti ad riconoscere la vergogna ma è tardi, è davvero troppo tardi.

Nella fame, nella disperazione, nell’umiliazione, possibile che questa orda non sentiva il suo odio saziato dallo stato di miseria inaudita in cui aveva ridotto migliaia di essere umani? Venne fatto di tutto per togliere loro ogni residuo di dignità umana o orgoglio collettivo cercando di indebolire l’istinto di vita e spegnere ogni speranza di difesa o ribellione. Ma quante orribili notti di paura? Quanti giorni di fuga disperata? Quanta Fame? Quante ore senza sonno? Quanti disperati tentativi di avere notizie dei familiari che non facevano ritorno? Come mi sento?? La strada è deserta, morta, immagino che fosse così anche allora, tutti rifugiati nei loro nascondigli, ben chiusi, trattengono il loro respiro con il terrore negli occhi e aspettano la propria sorte spaventosa.

Nulla serve, né pianti, né grida, né preghiere. Le case sono ancora con evidenti segni di furia e credo che neanche loro stessi sappiano spiegare in preda a quale furia siano. Uccidono sapendo di uccidere, distruggono sapendo di seminare sterminio.

Generazioni di vite si scorgono sui mobili fracassati, nei cuscini sventrati, nelle stanze rimaste vuote, nelle pareti sbrecciate da colpi di mitra e nei fornelli vuoti di pranzi mai più cucinati. Stringo i denti e non posso far nulla.

Visito la casa di Ahmed , lo accompagno, il calendario dell’anno 1995 appeso al muro, 11 anni dopo.. Prima di quell’anno la sua famiglia era felice e benestante, ora quella casa è devastata ed espone con orgoglio un foglio bianco alla finestra: FAMIGLIA BOSNIACA.

Chiedo al mio amico come mai non la vende e il perché non si disfa di quel contenitore di brutti ricordi ma, è chiaro che non ha voglia di svendere, non la sua casa dove aveva il diritto di vivere sereno. “Non si svende la dignità”, mi dice. E’ l’unica cosa che può impedire, e si opporrà a chiunque volesse comprare quelle mura non avendola potuto tutelare dalla devastazione. Era piccolo Ahmed, ma già grande da sopportare un dolore inenarrabile. Guardo il divano, mi immagino le chiacchierate che ha ospitato, stringo le spalle, lo guardo e lui mi sorride. Che stranezza, è quasi l’unico modo che abbiamo per comunicare , ci stringiamo la mano, ci guardiamo negli occhi, ci abbracciamo, ci sorridiamo. Due ragazzi nati in nazioni diverse ma vicini nel dolore che accomuna persone sensibili. Lui, testimone e vittima di crimini di guerra in Bosnia, io, italiana idealista che insegue sogni di pace e libertà legandomi ad ogni cuore che lacrima battendo forte nel tentativo fallito di rivendicare i propri diritti negati dall’ingiustizia dell’umanità. E ci guardiamo, ci sorridiamo…e penso… ma dov’ero?

Dall’altra parte del mare, avrei potuto sentirlo ma non ho saputo ascoltare. Hanno urlato, i cuori di Bosnia, ma nessuno ha saputo rispondere alla loro richiesta di aiuto. E’ inutile oggi invitarli al perdono per educare la loro popolazione alla pace. E’ difficile perdonare un vicino di casa che fino al giorno prima ti saluta affettuosamente, e come per incanto, il giorno dopo si trasforma in un bandito che massacra tuo padre, uccide tuo fratello, violenta tua sorella e dopo la fine della guerra, ti abita ancora accanto, dall’altra parte della strada e lo vedi tutte le mattine contento e felice, orgoglioso di essere un criminale di guerra protetto.

IMPOSSIBILE!

La responsabilità di questo crimine pesa sugli assassini ma ricade su tutta l’umanità, sui popoli che potevano e non hanno fatto e sui loro governi che non compirono nessuno sforzo concreto per far cessare questo eccidio efferato.

Con la nostra indifferenza ci siamo resi complici dell’assassinio di migliaia di uomini inermi. Nei nostri tempi, so bene quanto poco vale la vita di un uomo e vorrei urlare, manifestare un’ energica protesta contro l’indifferenza del mondo che vede lo sterminio di Sebrenica, di Sarajevo e di altre cittadine, lo vede e non lo impedisce.

Sono a Potocari per prendere parte alla commemorazione del massacro di Srebrenica. Ho cercato di immortalare alcuni momenti del funerale, ma nel rispetto del dolore ho desistito fino a quando un signore che si accingeva a dire addio per sempre a suo figlio mi afferra la mano, e dice in bosniaco che il mio amico ha simultaneamente tradotto:

<< Ti tremano le mani, tu capisci il mio dolore, fai la foto ma dillo al mondo quello che abbiamo subito.>> Afferra un pugno di terra e lo scaraventa impotente sulla bara con i resti del figlio, trucidato.

Non volevo piangere, volevo parlare con tono pacato e gentile ma, piansi. Piansi lacrime cocenti e rapide che cadevano sulla mia pelle fredda, bruciandola con la disperazione. La mia infelicità era egoista di fronte al dolore di quell’uomo, un padre che viveva di ricordi come un relitto. Vederlo in preda alla disperazione mi confondeva, mi agitava, mi turbava, guardavo il corpo e il viso segnato dalle intemperie, gli occhi e l’anima trasparenti, i suoi occhi erano vuoti , privi di forza per i pensieri veementi, brevi lagune di mestizia.

Non è questione di forza d’animo o coraggio, ma gli hanno succhiato la linfa e adesso è solo un contenitore che vaga in cerca di qualcuno che lo schiacci definitivamente per alleviargli l’agonia di essere sopravvissuto a suo figlio.

Mi accovaccio sul prato ai piedi del colle, interdetta. Dopo aver visitato la fabbrica antistante, luogo di deportazione, assisto alla cerimonia di sepoltura dei piccoli sarcofaghi di metallo ricoperti da un drappo verde con i resti estratti dalle ultime fosse comuni scoperte, partecipo all’ autorevole rito che ha richiamato la crema del corpo diplomatico internazionale. Si susseguono sul podio le autorità civili, assisto al rito islamico che è un inno alla tolleranza di rara bellezza e smisurata intensità. Mi copro la testa con un velo bianco, colore del lutto e mentre le bare vengono passate di mano in mano dagli uomini presenti, in una lunga catena che arriva fino alle buche nella terra dove verranno sepolte, uno speaker scandisce i nomi al microfono di ciascuna vittima, migliaia sono le persone presenti ma il silenzio impera, in segno di rispetto, neanche il vento si permette il lusso di soffiare.

Ascolto la loro preghiera islamica, non la comprendo ma la rispetto e seguo, e penso…ma se migliaia di cristiani fossero stati accerchiati da musulmani e non viceversa, sarebbero finite in questo modo le cose?

Capisco a questo punto che ha una consistenza la rabbia che ho dentro perché mi aggrappo a questo amore fraterno come uno scalatore ad una corda. Sapevo che mi avrebbe cambiato questa esperienza, questo duro cammino ripido ma non avevo previsto la parete di roccia verticale che mi sono trovata davanti. Avevo un cuore duro prima di incontrarti terra di Bosnia, potevo contare su di lui perché era stato in prima linea ed era diventato resistente. Adesso con la tua sofferenza hai alterato il suo incidere con il tuo ritmo. Non stringermi troppo la mano fratello, i polpastrelli delle tua dita sono ormai diventati punzoni e trasmetti un messaggio alla e sulla mia pelle. Il messaggio viene recepito nel mio corpo e il buco che ho nello stomaco ha la forma della tua terra. La mia collera è di fiamma e la pena come acqua dilaga in tutto il mio essere. Vorrei squarciare con le dita, mondo sordo, il mantello tenebroso della tua indifferenza per renderti capace di vivere le ragioni degli altri.

Delitti abbandonati alla risacca delle memorie dimenticate.

Alcune immagini nella mia mente hanno conservato una persistenza particolare e presi l’abitudine di dedicare a Srebrenica mezz’ora di silenzio al giorno. Ciò ha creato un deposito di idee nella mia mente che adesso vengono giù come se le parole fossero scritte dalle dita e scendessero sulla carta per occupare posti da tempo prestabiliti.

Devo trovare un modo per spiegare ai giovani che la storia dell’uomo è purtroppo una vicenda composta di continue reazioni.

Nei rari momenti in cui la nostra libertà è in equilibrio, ecco una nuova forza, un nuovo potere che interviene a rendere schiavi.

Dopo decenni, quando il giogo è spezzato e segue un istante di luce e torniamo a parlare di libertà, della capacità di gestire il futuro e ci illudiamo di rendere permanenti le leggi di questa condizione, da qualche parte invece, essendo rimasto un residuo di violenza che non ha trovato compensazione ed è rimasto a covare sotto la cenere, si riorganizza come una risposta reattiva ad una guerra artificialmente sollecitata dal potere o dalla religione. Il potere non può morire finché dura questo bisogno di identità e trasforma in voce di gruppo un delirio collettivo, consolandoci, proponendo l’ attuazione di un programma migliorativo per la comunità.

Facciamo la guerra per portare la pace, si dice, e intendiamo con questo giustificare concettualmente la guerra, un delitto assoluto. Non appena però la rivolta dimentica le sue generosi origini, si lascia contaminare dal risentimento, nega la vita e corre alla distruzione.

Scopriremo l’autenticità della pace profonda che nutre gli esseri viventi, solo quando essi hanno saputo sospendere il loro continuo desiderio di onnipotenza.

Urlo il desiderio di pace. Sento la barriera del mio corpo fisico e la pena di non poterlo sostituire al tuo, amico mio, perché tu possa riposare almeno poco, sei diventato il padre di te stesso acquisendo in seguito a questa ecatombe una tempra esclusiva.

Lascia che il dolore ti attraversi, non reagire con violenza ma penetrane il senso, battilo sull’incudine della tua intelligenza.

Il volto del mio popolo amico apparentemente disteso è totalmente privo di espressione. Il tormento è ormai pietosamente composto nella rassegnazione consapevole che, la vita è un teatro che da solo una rappresentazione, l’unica via di fuga sono i sogni.

Ci rimane il sogno, infatti, che non ha limite e dà ogni sorte di potere, anche quello di illuderci che la nostra vita non è cambiata e che siamo ancora felici.

Prova a fare un passo accanto a te stesso, amico mio, ponendoti nella posizione del testimone, ti tengo per mano, osserva senza giudicare, senza odiare. Ci riesci?

Non rispondermi so di aver chiesto troppo…

Perché nessuno grida la vergogna di queste morti?

Questa assurda ripetizione del misfatto o la giustificazione intellettuale della complicità?

Perché la cultura bastarda è incapace di distinguere che questo terrore disseminato appartiene alla stupidità del nostro tempo?

Questo male riguarda tutti, moltiplica le responsabilità.

Srebrenica è ancora una ferita aperta e si potrà rimarginare solo quando verrà fatta giustizia e per i delitti in Bosnia ancora non ha pagato nessuno!

La giustizia si avrà solo quando la Verità avrà compiuto il suo cammino e il suo dovere.

Una commissione internazionale d’inchiesta lavora ancora per tentare di risolvere il groviglio dei corpi , identificandoli tramite l’esame del DNA, il tribunale dell’Aja ha definito il massacro di Srebrenica il primo Genocidio d’Europa, dopo la Seconda Guerra Mondiale e l’Olocausto.

Se queste mie parole possono sembrarvi forti e crude, credetemi che non sono nulla in confronto a quello che ho visto.

E ancora, anche quando sembra che io mi ripeta, ribadendo più volte il dolore e il mio giudizio critico sul cinismo del mondo, l’ ho fatto solo per convincervi che tremano ancora, i teneri cuori di Bosnia.

Non dimentichiamo.

Viviamo in una società che non sa accogliere l’altro e non sa vedere il punto di vista dell’altro. E’ questo il segreto che deve essere rivelato e applicato. E’ solo, in teoria, una questione di sguardo.. di come indirizzarlo, di renderlo comprensivo e penetrante nei cuori dei popoli,, di saper vedere. Ascolto Guccini e De Andrè mentre faccio ritorno in autobus con i miei colleghi di avventura e penso che possiamo ancora gridare a chi non sa ascoltare e usare questo potentissimo antidoto contro l’ipocrisia. Giudichiamo i giudici perché non è possibile che venga dato agli aguzzini il potere di decidere quale sia la vita “virtuosa” che ha diritto di essere vissuta e quale la “degenerata” che deve essere cancellata. Il grido di dolore per i morti ammazzati da questa guerra, o da altre per il terrorismo e dalle più insondabile aberrazioni umane che hanno pervaso gli ultimi tempi, non sarà mai commisurato alla portata dell’orrore suscitato. Anestetizzanti i telegiornali avevano deribrucato a fredda contabilità le palate di vittime quotidiane ed ecco che gli schiaffi delle città bosniache sventrate dalla bombe ci hanno riportati dentro al dramma che un pezzo di umanità non molto lontano da noi, sta vivendo. Gli occhi di tutto il mondo hanno visto i corpi dei bambini e le menti di tutto il mondo non sono riuscite ad attivare un circuito logico che potesse correlare quei mucchietti polverosi di carne ed ossa che erano sui video, fuscelli di vite spezzate. Un effetto collaterale, è stato definito, doloroso ma inevitabile. Uno, fra i tanti accaduti che ha avuto gli onori della cronaca perché numericamente più pesante. Come se , le morti fossero misurabili a peso loro, come il macinato o la frutta.

 

Daniela Caprino

caprinodaniela@hotmail.com 

 

Daniela caprino ha partecipato al viaggio organizzato dalla Fondazione a Srebrenica sia nel 2005 che nel 2006. Ne è nato un bel racconto pubblicato ora. Per gentile concessione dell'autrice pubblichiamo qui un estratto.

Copie possono essere ordinate a www.klipper.it