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Luisa Morfini: Marcia della morte e verso la libertà da Tuzla a Srebrenica 2006 . Una riflessione
Marcia della morte 2006. E’ la seconda volta che centinaia di persone attraversano a piedi, per circa 100 chilometri, le colline che separano Tuzla da Potocari, vicino a Srebrenica.
La prima volta è stata l’anno scorso, nel decennale del genocidio di Srebrenica: numerosi bosniaci ed alcuni stranieri hanno ripercorso a ritroso la stessa strada che nel luglio 1995 avevano fatto le 12.000 persone che cercavano, nei boschi verso Tuzla, scampo al genocidio.
E’ la seconda volta anche per alcuni degli stranieri presenti - una ventina di persone, poche: l’anno scorso eravamo ben di più. La seconda volta rischia di essere sempre meno emozionante, meno coinvolgente, si sa già cosa ci aspetta. E invece anche questa seconda volta da straniera in una marcia di commemorazione del genocidio di un altro popolo, è stata per me molto coinvolgente e soprattutto importante.
La mia personale seconda volta ha confermato le emozioni che ricordavo, legate in particolare al contatto sia con i “reduci”, cioè con coloro che dalla fuga del 1995 sono usciti indenni, almeno nel fisico, sia con i numerosi giovani e giovanissimi bosniaci che hanno preso parte alla marcia. Nonostante le difficoltà di comprensione dovute alla lingua, mi è stato anche questa volta possibile entrare in sintonia con le emozioni di chi a distanza di anni passava per gli stessi posti e rivedeva boschi, casali e villaggi nei i quali aveva cercato rifugio e scampo dalla furia animale dei cetnici; così come mi è stato possibile intuire i sentimenti di queste persone quando si soffermavano di fronte alle numerose fosse comuni in cui sono stati ritrovati i loro parenti e amici che a tale furia allora non erano riusciti a sottrarsi. Dei ragazzi presenti sentivo invece la grande determinazione ed energia, la voglia di esserci e la fierezza di essere depositari di una importante memoria.
Ma molti di noi “stranieri” presenti alla marcia hanno già raccontato questo contatto e la sua potenza coinvolgente, sia quest’anno che l’anno scorso. E’ importante dire di tale emozione, ma non credo che chi sceglie di partecipare a questa iniziativa lo faccia in caccia di emozioni; credo piuttosto che ciò che muove la maggior parte di noi sia il desiderio comunicare ai bosniaci presenti la nostra solidarietà, credo che il solo fatto di essere con loro su quelle colline sia un modo per promettergli che anche noi ci faremo carico di non dimenticare e che, ciascuno con i propri mezzi - informazione, musica o semplice parola –, ci faremo carico del nostro pezzetto di memoria e di tutto quanto vi è legato: ad esempio, verità e giustizia come passaggi necessari alla riconciliazione, se possibile.
E’ per questo che ho voluto ripetere la marcia una seconda volta. Ripeterla in un anno che non coincideva con il decennale, in una occasione in cui anche la commemorazione dell’11 luglio ha visto una presenza molto, molto ridotta di televisioni e giornalisti stranieri (l’Italia era del tutto assente). Come se la memoria fosse relegata solo ai decennali.
Io invece vorrei farla tutti gli anni, la marcia. E la commemorazione dell’11 luglio.
Solo che quest’anno ho potuto osservare alcuni aspetti nuovi. Uno su tutti, la presenza molto più massiccia della componente religiosa durante la marcia. Non solo erano presenti molti religiosi che non c’erano l’anno scorso, ma erano numerosi anche i momenti di preghiera; la preghiera si dipanava non più solo davanti alle fosse comuni come l’anno scorso, ma anche la sera nei campi montati per passare la notte.
Non contesto la presenza della religione, non mi permetterei di farlo. Per me ciascuno è libero di essere se stesso e di manifestare la propria fede. Ma a mio parere questa manifestazione in alcune occasioni è andata un po’ fuori misura e mi ha fatto pensare che fosse in parte esterna e strumentale. Secondo me, per esempio erano fuori misura i cori dei ragazzi che cantavano “Allah è grande”, soprattutto mentre ci stavamo avvicinando a Potocari: i cori erano gridati a gran voce mentre i ragazzi passavano accanto ai pochi e isolati poliziotti serbi che erano stati messi a protezione della marcia in territorio della Repubblica Srpska. Ho avuto l’impressione che si trattasse di una eccessiva provocazione. Era fuori misura secondo me anche la competizione che si creava la sera nei campi e sotto i tendoni tra chi voleva pregare e chi invece voleva alleggerire o riposarsi. La sera in cui su un piccolo schermo è stata proiettata la finale dei mondiali di calcio questo contrasto è stato più forte ed evidente. Purtroppo anche “l’alleggerimento” è stato a volte esoso ed aiutato dallo scorrere di un bel po’ di birra.
Ma la cosa che mi ha lasciato più perplessa è stato il fatto che molti dei religiosi che guidavano la preghiera non erano bosniaci e molti non parlavano nemmeno bosniaco. Da dove venivano?
Un episodio in particolare mi ha dato fastidio: in prossimità di un campo serale mi lavavo i piedi in un ruscello e un mullah che, poco distante da me, faceva altrettanto, mi ha detto (in perfetto italiano!) di allontanarmi perché io, in quanto donna, ero da considerare immonda e disturbavo la sua preparazione alla preghiera. Al di là della mia opinione su questo postulato della religione mussulmana, e lungi dal considerarmi offesa personalmente per il commento, ho colto in questa manifestazione una totale assenza di rispetto per le diverse persone che, a diverso titolo, partecipavano alla marcia. Ho risposto al mullah che ero donna, sì, che avevo bisogno di rinfrescarmi perché avevo percorso 30 km su per le colline, che lo avevo fatto per portare modestamente la mia solidarietà alla gente bosniaca e che la mia presenza doveva essere rispettata esattamente come quella di tutti gli altri, così come io rispettavo le preghiere dei mussulmani. E infatti me ne sono andata solo dopo aver finito di lavarmi i piedi. Ma al di là dello scambio personale con il mullah, ciò che secondo me è da notare è che questo concetto (“la donna è immonda”) veniva portato in Bosnia da un uomo che bosniaco non era.
Per finire, in un paio di altre occasioni durante la marcia sono stata avvicinata da religiosi che, questa volta in inglese, mi chiedevano un parere sulla attuale organizzazione della marcia, cercando palesemente critiche; con l’occasione mi informavano che l’anno prossimo la marcia sarà organizzata meglio e vedrà un maggiore coinvolgimento delle comunità religiose.
L’insieme di tutti questi episodi, nuovi rispetto al clima dell’anno scorso, mi ha dato l’impressione di un tentativo di appropriazione esoso da parte della religione.
Come ho detto, io vorrei fare la marcia tutti gli anni. Credo nel senso della partecipazione straniera. Come ho detto, rispetto le religioni e le loro manifestazioni; però mi auguro di cuore che esse rimangano nei limiti del rispetto degli altri ma soprattutto che siano espressione del reale sentire della comunità bosniaca.



Luisa Morfini ha realizzato un video dvd sulla MARCIA DELLA MORTE – VIAGGIO PER LA LIBERTA’, della durata di 30 minuti.
Il video è il resoconto della marcia di commemorazione che nel luglio di ogni anno si svolge tra Tuzla e Srebrenica, in Bosnia Erzegovina; la marcia è svolta da alcune centinaia di persone per ricordare la fuga che nel luglio 1995 la popolazione mussulmana raccolta nell’enclave di Srebrenica fece nel tentativo di scampare al genocidio che i cetnici serbi stavano perpetrando. I reduci di quella fuga, insieme a giovani e ad alcuni stranieri, riattraversano le colline e gli stessi sentieri nei boschi lungo i quali da Srebrenica avevano cercato di raggiungere Tuzla, territorio in mano alle forze bosniache. La marcia si snoda per circa 100 chilometri nell’arco di 4 giorni, passa accanto a terreni ancora minati e porta omaggio alle numerose fosse comuni nelle quali sono state seppellite le vittime del genocidio, compresi anche coloro che nel corso della fuga hanno trovato la morte in seguito a imboscate dei cetnici.
La marcia si chiama “Marcia della morte”, ma anche “Viaggio per la libertà” perché attraverso di essa i reduci rientrano ogni anno a Potocari, cioè nella località in territorio serbo, vicino a Srebrenica, dove migliaia di bosniaci mussulmani furono massacrati e dove ora si trova il memoriale del genocidio e il cimitero delle vittime finora ritrovate nelle fosse comuni.
Il video unisce le immagini storiche con quelle della marcia di commemorazione e comprende le interviste a due testimoni che vissero in prima persona la fuga del 1995.