pro dialog

Adopt Srebrenica

Corinna Sabbadini: Srebrenica, "L’inferno dei viventi” ovvero il male nel mondo contemporaneo
Mi sento profondamente debole, e inutile. Osservo i giornalisti, che come iene si stanno posizionando aspettando il momento adatto per attaccare. Che rabbia.
Mentre attendiamo l’arrivo delle bare, Teufik, accanto alla tomba del padre, ci sta raccontando come si è svolto il funerale, tre anni prima. Teufik ha solo due anni meno di me, nel 1995 ne aveva 13, forse per questo si è salvato: quel giorno furono sequestrati tutti gli uomini musulmani dai 15 anni in su.
Ahmed ha la stessa età di Teufik, e in questo momento non è con noi, sta camminando da solo in giro per il memoriale: suo padre non è stato ancora sepolto, non è stato nemmeno identificato. Stessa sorte per suo fratello maggiore. Suo zio, invece, verrà sotterrato tra due giorni, ed ora sta arrivando da Tuzla, assieme ad altre 599 bare, piccole e leggere, che non contengono salme, ma resti di corpi brutalmente uccisi proprio dieci anni fa, esattamente qua: il memoriale è stato voluto nello stesso posto dove è avvenuto il genocidio.
Mi guardo attorno: i verdi boschi mi spaventano. E poi il vento, il cielo grigio: l’atmosfera è terribilmente triste.
Non riesco a capacitarmi che proprio qui dove mi trovo ora, sia stato commesso il primo genocidio sul suolo europeo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Srebrenica, enclave musulmana protetta ufficialmente dai caschi blu dell’ONU durante gli anni della guerra in Bosnia Erzegovina, era stata conquistata dalle truppe serbo-bosniache comandate dal generale Mladic il pomeriggio dell’undici luglio del 1995. Quella mattina, migliaia di uomini, donne, bambini ed anziani musulmani implorarono l’aiuto dei caschi blu di stanza nella vecchia fabbrica di batterie di Potocari, a pochi chilometri da Srebrenica. Il soccorso venne negato: quei caschi blu olandesi furono taciti complici nel massacro.
Allora mi chiedo se quel giorno, dieci anni fa, a Srebrenica ci sia stata una manifestazione dell’inferno sulla terra, nel cuore dell’Europa Unita, dell’odio puro e ingiustificato, del male assoluto. E credo di sì, che l’orrore di quelle giornate, la crudeltà spietata, efferata non siano comprensibile né al cuore né all’intelletto umano.
Inizia a piovigginare, a Srebrenica, e Teufik sussurra “È il cielo che piange con noi”. E tutto è ancora più doloroso.
Fuori dal memoriale, centinaia di persone aspettano. Sono perlopiù donne: molte di loro, dieci anni fa, hanno perso il nonno, il padre, il marito, i fratelli, i figli, gli zii, gli amici. E ora attendono. Fra quelle 600 bare ci sono sicuramente i resti di un parente: le spoglie ritrovate nelle fosse comuni dove più di 8000 cadaveri furono barbaramente gettati nel tentativo di occultare il crimine commesso. Il riconoscimento delle ossa ritrovate è un procedimento lungo e difficoltoso, ma necessario per i parenti delle vittime: solo una volta che i resti vengono identificati tramite il test del DNA, e restituiti alla famiglia, questa può cominciare il processo di elaborazione del lutto.
Si dice che chi è sopravvissuto alla strage di Srebrenica porta negli occhi il dolore immenso e la paura vissuta in quei giorni. Osservandoli si percepisce questa tristezza, e un’immensa dignità. E urlano quegli occhi, perché le parole, qui, sono inutili.
La vergogna di chi ha permesso che tutto questo accadesse non dovrebbe nemmeno aleggiare nell’aria, qua. Non è più il tempo delle scuse né del perdono: chi ha vissuto il male di Srebrenica può solo convivere con il dolore.
E tutti noi dobbiamo rimanere in silenzio.

(secondo classificato al Premio letterario "Abitando il racconto" Sezione racconto breve, Potenza maggio 2006)