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Sabina Langer: Srebrenica 2005. Tra ricordo e memoria.
9 luglio 2005. Abdulrahman Malkic, sindaco musulmano di Srebrenica, indossa una maglietta gialla con la scritta sulla schiena NON DIMENTICHIAMO SREBRENICA.
Malkic aspetta insieme a tante donne, a qualche ragazzo e a spaventosamente pochi uomini. Aspetta davanti al centro memoriale di Potocari i 610 corpi (1), resti di corpi, trovati nelle fosse comuni e successivamente identificati, che l’11 luglio troveranno finalmente sepoltura. Poche persone aspettano i sei camion pieni di bare verdi, semplici, tutte uguali, bare con un numero e un nome. Aspettano dignitosamente, come hanno fatto per dieci anni, di dare sepoltura ai loro cari. Come se senza il rito di questa sepoltura non riuscissero a trovare pace, come se continuassero a rivivere le pene a loro inflitte, senza poterle trasformare in ricordo e poi in memoria.
Ecco i camion. Gli uomini – solo loro infatti possono – formano due file, una di fronte all’altra, e si passano di mano in mano, sopra le teste, le bare che sembrano non finire mai. Le dispongono ordinatamente all’interno di uno di quegli edifici della fabbrica di accumulatori, che durante la guerra è stata la base del contingente dell’ONU (2) ed è diventata poi campo di concentramento. Ironia della sorte.
Il cimitero che già ospita un migliaio di tombe e accoglierà queste bare si trova proprio di fronte a quei luoghi. Li guarda dritti in faccia. A differenza di molti cimiteri musulmani della Bosnia Erzegovina che si trovano in collina o in punti che guardano sulla città e sulla vita, a Potocari il cimitero è nella stessa conca in cui tanti di questi uomini hanno trovato la loro morte violenta.
Mentre gli uomini e i ragazzi scaricano i camion, un bambino – che avrà poco più di dieci anni – si intrufola in una delle due file e vuole aiutare. Chissà che in una di quelle bare non ci siano i resti di suo papà. È troppo piccolo, povero, per arrivare a passarsi le bare sopra la testa come fanno gli uomini, ma rimane ostinatamente lì, con le braccia tese e la faccia incredula. Fuori, le donne piangono, accucciate strette strette l’una accanto all’altra come se così si potessero sostenere a vicenda.
11 luglio 2005. Migliaia di persone – dicono 50.000 – arrivano già dall’alba da tutta la Bosnia Erzegovina per i funerali e la commemorazione di coloro che 10 anni prima sono stati brutalmente e premeditatamente uccisi (3). Le donne di Srebrenica hanno preparato migliaia di copricapi bianchi che distribuiscono a tutte le altre donne che entrano nel centro memoriale, dopo essere passate per il metal-detector. Nessuno può entrare evitandolo; chi entra deve essere inerme come allora.
Presto la folla si distribuisce e riempie quello spazio enorme che un giorno accoglierà più di ottomila tombe. Al momento della sepoltura gli altoparlanti urlano un grido di dolore lungo tutti i nomi e tutte le date di nascita di coloro che si trovano in quelle bare verdi, che gli uomini nuovamente si passano di mano in mano sopra le teste. Le donne le aspettano vicino alle file sterminate di buche che le accoglieranno. Dolore infinito.
La cerimonia dura lunghe ore, accompagnata da una pioggerellina leggera che accentua l’irrealtà della situazione. Quante lacrime e quanta disperazione su quel prato immenso, mentre fuori la polizia e l’esercito della Repubblica Srpska di Bosnia fanno la guardia, nascosti dietro a un sorriso accennato e occhi vitrei, distanti. Migliaia di bosgnacchi accerchiati da militari serbi, come dieci anni prima. Nessuno sembra però rendersene conto: fortunatamente sono troppo concentrati sul rito. Diversa è invece l’attesa per tornare a casa dopo la cerimonia. Non possono non pensarci. La lunga colonna di autobus, in quel luogo, ricorda spaventosamente tanto il momento in cui i miliziani serbi dieci anni prima li hanno caricarti su autobus e camion, dopo averli divisi da padri, fratelli, mariti, figli, amici.
Queste due giornate sono emblematiche per la storia di Srebrenica. Si tratta infatti del decennale del genocidio. Mai sono affluite così tante persone per ricordare e commemorare quella terribile settimana di luglio del 1995.
Queste due giornate possono fungere per noi da strumento per capire un po’ di più di quel popolo di Srebrenica che oggi si suddivide in vittime e carnefici, in profughi e rientrati, in musulmani e serbi, in poveri e arricchiti, tutti però accomunati dal dolore e dalla tensione che continuano a respirare.
Da queste due giornate – dalla preparazione della commemorazione del genocidio e da essa stessa – vorrei far partire la mia riflessione sull’argomento “ricordo e memoria a Srebrenica”.
Com-memorare, ricordare insieme, celebrare il ricordo comune. Questa commemorazione potrebbe quindi fungere da anello di congiunzione tra i ricordi e la memoria. Per ricordo infatti intendo qualcosa di privato e personale, mentre la memoria è collettiva e pubblica e quindi condivisa. Ritengo di poter affermare che a Srebrenica non c’è ancora memoria, nonostante con molta pazienza si stia lavorando affinché un giorno ci possa essere. I ricordi invece non mancano, sono anzi raccontati, vivi, presenti, assillanti. Ecco la mia tesi: fino a che non ci sarà una memoria collettiva affermata, non sarà possibile un futuro a Srebrenica, perché fino a quel giorno a Srebrenica ci sarà tensione e dolore a causa dei ricordi sempre presenti (4).
Sono anni che in Bosnia ascolto racconti e testimonianze, custodendo ricordi non miei. Mai come quest’anno però ho visto avvicinarsi la possibilità della memoria.
Chi più chi meno, se ero munita di pazienza e di voglia di ascoltare, mi ha reso partecipe, forse solo in minima parte, degli incubi ricorrenti, delle paure, dei dolori legati ai giorni di guerra. Racconti molto vivi e forti, che – purtroppo o per fortuna – ho colto solo in parte per via del mio bosniaco ancora zoppicante. Come spesso accade sono soprattutto le donne che raccontano, che vogliono condividere questi pensieri. Gli uomini si chiudono in silenzi, mentre i bimbi ma anche i ragazzi fanno finta di non ascoltare, avidamente cercano però di captare una spiegazione per tanta sofferenza. Proprio per questo, i rari racconti degli uomini e dei ragazzi sono quelli che custodisco con più cura. La condivisione dei loro ricordi significa un atto di fiducia estrema nei miei confronti.
Con molto turbamento, ho notato che i ricordi positivi sembrano essere cancellati. Tutti coloro che hanno voluto condividere con me i loro racconti e i loro ricordi hanno sempre parlato degli eventi traumatici che li hanno segnati. Sembra che delle persone scomparse non resti altro che la descrizione della loro morte o la supposizione di questa. Chi ascolta non viene reso partecipe delle cose belle, che spero siano invece custodite gelosamente da chi parla; temo però che il ricordo terribile vi si sia purtroppo sovrapposto. I miei interlocutori si spiazzano se chiedo loro di raccontarmi qualcosa di bello del caro disperso. “Ne znam” – non so – è la risposta. Diversa è la situazione per coloro che hanno potuto dare ai propri morti una sepoltura. Anche i loro racconti si concentrano soprattutto sulle atrocità e difficoltà della guerra, ma, se interrogati, riescono a ricordare i propri cari, quando ancora erano in vita. Forse quindi potrei azzardare l’ipotesi che la possibilità di ricordi positivi sia collegata alla memoria, intesa in questo caso come momento collettivo che trae origine dalla condivisione e ufficializzazione dei propri lutti.
Tutti questi pezzi di storie vissute costituiscono la mia appartenenza a quella terra, e dall’appartenenza deriva la mia comprensione e la mia analisi.
Vorrei quindi tornare su quei particolari che ritengo i più significativi di quelle due giornate, che per me sono state la prima occasione per intravvedere la possibilità di una memoria a Srebrenica e con essa la possibilità che a Srebrenica torni la vita.
In quelle due giornate i ricordi non sono stati condivisi, ma esse sono state – inconsapevolmente per i più – devolute a mettere un altro piccolo tassello per la costruzione della loro memoria collettiva. Il sindaco Malkic forse se ne era reso conto. La sua maglietta può essere interpretata in questo senso. Difficile compito per il giovane sindaco far parte della regia di questa grande impresa. Per fortuna le circostanze lo aiutano un po’.
Sono infatti convinta che i riti e le ritualità abbiano una grande importanza nella costruzione della memoria. Fare insieme accomuna, e la condivisione è la base per la memoria. Ripensiamo alle lunghe file di uomini che si passano le bare sopra le teste; sono state un passo difficile e doloroso, ma importante, per tutti quelli che vi hanno partecipato. Toccare una dopo l’altra quelle bare verdi credo abbia aiutato, a loro insaputa, quegli uomini nella rielaborazione del lutto. Tutti assieme si sono occupati dei loro morti, finalmente ritrovati, identificati, pronti per la sepoltura. Gli uomini si occupano degli uomini morti. E il bambino vuole aiutarli a tutti i costi. Vuole partecipare anche lui.
Le donne piangono. Loro non hanno l’aiuto della ritualità della sepoltura per rielaborare il proprio lutto. Si ancorano però a grandi atti simbolici, come i copricapi bianchi o le manifestazioni l’11 di ogni mese; azioni che assumono valenza rituale. Finalmente alcune (5) hanno la certezza che i propri cari sono morti per davvero, certezza che senza il ritrovamento dei resti continua a non esserci; mantengono sempre la speranza remota di veder tornare i propri dispersi. Adesso alcune hanno una tomba sulla quale piangere, una tomba in mezzo ad altre migliaia, tutte uguali, differenziate solo dal nome. Queste forti donne hanno deciso di seppellire i propri cari tutti insieme (6), di fronte a quello che, da campo base del contingente ONU, si era trasformato in campo di concentramento.
Un giorno riposeranno lì tutti insieme, in quello che già oggi si chiama Centro Memoriale.
Credo di poter affermare che fino a quando continueranno a mancare persone all’appello degli scomparsi, per i superstiti non sarà possibile liberarsi dei loro incubi. Fino a quel giorno migliaia di persone aspetteranno il ritorno dei dispersi. Molti apparecchiano ancora anche per loro figli crescono con frasi come “quando tornerà tuo padre”, molte donne non vogliono denunciare la morte dei mariti rinunciando ai miseri aiuti economici che spetterebbero loro. Fino a quel giorno i ricordi non potranno essere messi in comune e diventare memoria.
“ Bisogna trasformare il ricordo in un progetto innovativo fondato sul tentativo di crescere e quindi di cambiare.” (7) A Srebrenica il progetto innovativo potrebbe essere la costituzione di un luogo della memoria, che non si limiti a essere il cimitero in cui seppellire tutti i morti causati dal genocidio. Dovrebbe essere un luogo dove poter sviluppare una memoria attiva, dove poter documentare l’accaduto e allo stesso tempo cercare nuovi possibili modi per una convivenza che sia la più pacifica possibile. La memoria infatti rende possibile un atteggiamento critico e propositivo. “Se non c’è un lavoro di rielaborazione, nemmeno l’esperienza di essere vittima garantisce dalla tentazione di riprodurre la violenza subita.” (8) Gli sforzi della comunità internazionale dovrebbero quindi essere volti da un lato ad aiutare la società civile di Srebrenica a ricostituirsi come tale e dall’altro a costituire uno spazio sia mentale sia concreto per la memoria. Si dovrebbe e si può sostenere la cittadinanza intera di Srebrenica in “ciò che può aiutare a collocare fatti ed eventi all’interno di cornici spazio-temporali o che può in qualche modo insinuare dubbi, suscitare domande, risvegliare il bisogno di ripercorrere il filo della memoria, rivisitare il passato in modo critico, cosciente e proiettato verso un «oltre», un futuro da progettare.” (9)
Note
(1) = Tra l’11 e il 19 luglio 1995 a Srebrenica le vittime sono state torturate e “poi uccise almeno tre volte: la prima fisicamente […]; la seconda, con l’inumazione selvaggia nelle fosse comuni e la negazione esplicita di un diritto all’identità, a una lapide con un nome, vista la distruzione sistematica dei documenti; la terza per negare persino l’evidenza e proteggere i responsabili del crimine, con lo spostamento dei resti umani già degradati dal tempo dalle fosse primarie a quelle cosiddette secondarie o addirittura terziarie.” (Luca Leone, Srebrenica. I giorni della vergogna, Infinito edizioni, Roma 2005, p. 25)
(2) = Il 16 aprile 1993, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite votò la risoluzione 819 con la quale dichiarò Sarajevo, Srebrenica, Žepa, Goražde e Bihac “zone di sicurezza” (safe areas). Nel marzo 1994 a Srebrenica i battaglioni olandesi sostituirono quelli canadesi. I soldati olandesi hanno lasciato delle tracce nei compound a Potocari – che divennero campo di concentramento e sterminio – si tratta di graffiti che testimoniano l’atteggiamento di negatività nei confronti della popolazione musulmana assediata.
(3) = Nel 2001 il Tribunale internazionale dell’Aja per i crimini commessi nella ex Jugoslavia (Tpi) parlerà di “genocidio”, marchiandolo come “una delle peggiori atrocità dopo quelle della Seconda guerra mondiale”. Il 19 aprile 2004 verrà confermato all’unanimità che “un genocidio si è consumato a Srebrenica contro i musulmani di Bosnia”. Cfr. Angela Virdò, “Bosnia: Tpi, a Srebrenica fu genocidio”, Ansa, Sarajevo, 19 aprile 2004.
(4) = Ovviamente il processo di giustizia è un tassello più che fondamentale per la possibilità di una nuova convivenza pacifica, ma questo non è oggetto di questo scritto, ma dovrebbe finalmente esserlo nelle sfere politiche.
(5) = Ad oggi sono state sepolte circa duemila persone massacrate a Srebrenica. Moltissime aspettano ancora di essere identificate e tante di essere ancora ritrovate nelle fosse comuni.
(6) = Solo poche famiglie hanno seppellito i propri morti in altri luoghi, solitamente vicino a casa.
(7) = Daniele Novara, “La memoria formativa”, in Memoranda. Strumenti per la giornata della memoria, Edizioni la meridiana, Molfetta (BA) 2003, pag. 39.
(8) = Ibidem.
(9) = Patrizia Canova, “Parole e immagini”, in Memoranda. Strumenti per la giornata della memoria, op. cit., pag. 55.


Pubblicato nel sito de L’ELEFANTE (http://www.lelefante.it/Srebrenica.htm),
rivista online curata da Carlo Batà e Riccardo Strada