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Adopt Srebrenica

Diario di Simone Natale: a Tuzla, Srebrenica e Sarajevo con la Scuola Estiva Internazionale
Tuzla, 8 luglio 2005 - Dopo la notte in autobus, mi sveglio che stiamo facendo una sosta in un autogrill croato. Manca poco al confine con la Bosnia.

Scendo a sgranchirmi le gambe e scambio qualche parola con un ragazzo del nostro gruppo. Si chiama Teofik, è bosniaco. Ha visitato l’Italia per la prima volta. “Che impressione ti ha fatto?” gli chiedo. Mi risponde che gli è sembrato un paese molto ricco, che lo si può vedere dalle autostrade: in Bosnia ne hanno una sola. Mentre parliamo si mette in bocca una sigaretta e me ne offre una: in Bosnia, dice, è naturale che se si fuma, si fumi insieme; in Italia, replico, si fuma invece di nascosto per evitare che qualcuno te la chiedi, la sigaretta. Si ride.
Poi parla di Srebrenica, dei massacri, della difficoltà di ricostruire un equilibrio. Non crede nella possibilità di punire chi, dieci anni fa, è stato responsabile dei massacri, soprattutto perché è troppo difficile riconoscere i colpevoli. Ha spostato il discorso sulla guerra, sembra che voglia raccontare, ma è difficile capire se per lui sia sempre così, o se conti anche la ragione per cui il nostro gruppo si è messo in viaggio.
Ha la mia età, forse un paio d’anni in meno, un faccione maturo e bonario, il fisico massiccio. Mi dice che è musulmano.

Siamo entrati in Bosnia. Le strade, la campagna, le case basse mi ricordano lontanamente la Moravia. Penso a un viaggio in bici nei Balcani, da Trieste a Patrasso, con rimpatrio in traghetto.
Ci sono una quantità di carcasse di automobili abbandonate sul ciglio della strada.. Teofik, che dal microfono dell’autobus spiega qualcosa del suo paese e ci dà il benvenuto, dice che probabilmente la Bosnia è il paese in Europa con più rottami. Ci sono molte teste di camion, accatastate l’una sull’altra. Lamiere, scheletri di auto.
Poco oltre il confine, passiamo per uno strano paese. Si chiama (o solo lo chiamano) Arizona. Durante la guerra, spiega Teofik, era diventato una specie di zona franca dove si commerciava di tutto. Sono due file di case basse, ai lati della statale. Il cortile di ogni casa è pieno zeppo di merce: oggetti di plastica, bacinelle, taniche; elettronica di terza categoria, prodotti per la casa, elettrodomestici; attrezzi, sacchi di concimi e di terra. Ci sono anche due grossi magazzini, credo di prodotti agricoli. Sembra un villaggio western.
Non è la prima volta che mi capita di vedere posti del genere, nei pressi di una frontiera. Ricordo la cittadina di camionisti, appena passato il confine meridionale tra Francia e Spagna, dove non abitava nessuno, e c’erano solo benzinai, parcheggi di camion, supermercati per i francesi delle zone vicine al confine che vanno a fare la spesa perché costa di meno, sexy shop. Ero in viaggio in autostop con il mio amico Romain, salutammo il camionista ceco che ci aveva portato fin lì e proseguimmo a piedi fino alla fine del villaggio.
Qua, ad Arizona, Bosnia, credo sia un residuo dell’economia informale e caotica della guerra di dieci anni fa.

Un ricordo particolare della giornata di ieri: in un bar a Bolzano, la sera, aspettando che arrivi l’autobus, io e Giulia andiamo a prendere un gelato. C’è la radio accesa, sentiamo parlare degli attentati a Londra. Noi, che siamo partiti la mattina, non ne sapevamo nulla.
E’ facile che rimanga impresso il modo in cui vieni a sapere di eventi di questo genere. Ricordi gli attimi. L’11 settembre ero a Dublino, uscivamo da un museo e c’era una piccola folla raccolta intorno a un negozio di elettrodomestici. Gli schermi nella vetrina proiettavano l’immagine delle torri in fiamme. Ricordo anche che nei giorni successivi, poiché mi ero fatto crescere la barba, capitava che mi la gente mi chiamasse Bin Laden.
Il giorno della strage di Madrid ero a Colonia. Sulla porta della residenza universitaria incontrai un mio amico galiziano - si offende se lo chiamo spagnolo. Mi disse che erano esplose delle bombe a Madrid, che c’erano tantissimi morti e che si pensava fossero stati i baschi.
Devo dire, però, che per gli attentati in Iraq, in Afghanistan, in Marocco e Turchia, non mi è capitato lo stesso. A biasimare media e società, non ci si rende conto di quanto ci riguardino da vicino.

La sera, i ragazzi di Tuzla del nostro gruppo ci portano in un locale, una specie di disco pub con musica commerciale. Siamo all’aperto, sul muretto davanti al locale, a bere una birra; di colpo sentiamo un rombo che copre la musica, è una motoretta che va a passo d’uomo, ma il cui motore fa un rumore infernale. I due ragazzi che la montano sembrano soddisfatti dell’impresa.
Alle 11 chiudono i bar, alcuni vanno in discoteca, io, con i più, torno alla pensione.


Srebrenica, 9 luglio 2005

Mentre ci avviciniamo alla cittadina di Srebrenica, nei pressi della quale dieci anni fa sono state massacrate più di 8000 persone, vedo per la prima volta delle case distrutte o bucate dai proiettili. Ma non sono tanto questi segni, è più l’atmosfera del luogo a far sembrare che il tempo si sia bloccato, che questo paese non ne sia uscito fuori.
Srebrenica è un cittadina di montagna come mille altre, e se siamo lì è per ciò che è successo. Nonostante i buchi sui muro, la città però appare stranamente normale, e inquietante. Forse tutti dormono.

Se nessuno si toglie il cappello di fronte alle case distrutte e ai segni degli spari, la tragedia è invece ricordata esplicitamente nel ‘Memorial and Cemetery’ di Potočari, un sobborgo a pochi chilometri da Srebrenica. Dall’altra parte della strada, i capannoni sfatti di una vecchia fabbrica, dove c’era la sede dell’Unprofor e dove, l’11 luglio del ‘95, sono state uccise migliaia di persone.
Il cimitero è circondato da un basso cancello a sbarre, ma è fin strano qui in Bosnia, perché di solito i cimiteri musulmani sono assolutamente aperti. Diversamente dall’Italia, dove di là delle mura non si riesce a vedere le tombe. Al centro c’è la parte monumentale, dominata da una tettoia per le celebrazioni; nel giorno dell’anniversario della strage, vengono seppelliti i corpi che, trovati nelle fosse comuni intorno a Srebrenica, sono stati identificati nel corso dell’ultimo anno.
Quest’anno sono circa seicento, arriveranno questo pomeriggio per essere seppelliti l’11. Siamo qui ad aspettarli. Cammino tra le tombe, leggo i nomi e le date di nascita. Intorno a Teofik si è raccolto più o meno tutto il nostro gruppo; sono vicini alla tomba di suo padre, che Teofik ha seppellito due anni fa. Ripete più volte, e me lo ripeterà più tardi, da soli, che il corpo di suo padre, un uomo possente da più di cento chili, non ne pesasse più che una ventina. Lo ha colpito, il peso del padre.
Il cimitero di Potočari non ha l’imponenza e la retorica di quelli che ho visto in passato, quelli delle guerre mondiali. Le lapidi sono verdi, di legno, e quasi si mimetizzano nell’erba bassa del prato; mi dicono che verranno sostituite da lapidi in pietra, ma credo e spero che rimarranno lapidi verdi. I nomi delle persone morte, così come le loro date di nascita, sono rivolte verso l’esterno, anziché verso il centro del cimitero: per leggere si deve girare loro intorno, ed è tutto più discreto.
Ci sono le fosse per i corpi che verranno seppelliti dopodomani. La terra è puntellata con assi di legno, ma i corpi verranno sepolti senza essere chiusi in una bara.
Vicino alla tettoia, al centro, mi fermo davanti a un piccolo monumento in pietra: ha una scritta in arabo sul davanti, in bosniaco sul retro. Credo sia un brano del Corano, ma non c’è nessuno nelle vicinanze che possa tradurre.
Si mette a piovere. Ed è come se piova giù l’atmosfera del luogo e il mio stato d’animo.

La sera arriviamo a Tuzla troppo tardi per mangiare alla Pansion Ruder. Andiamo in un ristorante. Abbiamo tutti fame, prima ancora che arrivino le portate ci mettiamo a mangiare il pane. A Teofik, che è seduto davanti a me, racconto quella scena di Io non ho paura in cui Michele chiede alla negoziante di un paesino del Sud Italia che cosa si deve comprare se uno ha fame. Michele aveva occhi solo per le barrette di cioccolato, ma cede alla saggezza lapidaria della negoziante: “Se uno ha fame, si compra il pane”. “If you’re hungry, you eat bread”: è così anche qua in Bosnia.

Sarajevo, 10 luglio 2005

Arriviamo a Sarajevo verso le 10 e mezza di mattina. Siamo venuti per assistere a una conferenza dei Verdi europei su Srebrenica. Ascolto un po’ in tedesco, un po’ in inglese, cerco di essere presente sia all’incontro della mattina che a quello del pomeriggio, ma mi convinco presto che sono lì per vedere la città.
Quando, è mezzogiorno passato, lasciamo l’edificio imponente e pacchiano dell’Holiday Inn – da dove durante la guerra si rifugiavano i giornalisti e i politici stranieri – la prima cosa che vediamo di Sarajevo è un enorme palazzo di cemento, distrutto, bruciato dalla guerra: era il parlamento bosniaco, e ricordo la sua silhouette per averla vista chissà quante volte alla televisione, tanti anni fa. E’ sommerso dal sole, è immenso, un simbolo inquietante.
A Sarajevo è impossibile perdersi: tutta la città è costruita intorno al Miljacka, il piccolo fiume che la divide in due parti. Una volta che si è deciso se il fiume è sulla destra o sulla sinistra, non resta che andare avanti e indietro come su una linea retta. Noi abbiamo il fiume sulla destra. Ci sono tracce della guerra, buchi sui muri, alcune case distrutte per metà; su un marciapiede anche i segni di un’esplosione, un mortaio forse, riparati approssimativamente con una mano di cemento. Il centro della città è splendido, anche se si nota che molto è stato ricostruito di recente. La strada pedonale più importante, zeppa di negozi di vestiti, pasticcerie, fast food, mi ricorda quelle vie in Germania che sono uguali identiche in ogni città, probabilmente perché le hanno ricostruite dopo la guerra. Ma è probabilmente solo un’impressione, forse via così ci sono in ogni città del mondo.
A pranzo ci fermiamo in un piccolo negozio che fa burek. Sono torte salate di sfoglia, simili ai Börek turchi, ripieni di formaggio, spinaci, carne o patate. C’è del fantastico yogurt artigianale. Il proprietario parla tedesco, ma mentre ci serve il secondo piatto mi chiede da dove veniamo; “Italiani? E allora perché non parlate italiano?”. Ha un fratello che vive in Italia, a Verona; e ci verrebbe anche lui, se non ci fosse il problema del visto. E’ macedone, ma vive a Sarajevo da venticinque anni. Per i burek, soprattutto quelli di carne, gli porgo i miei omplimenti più vivi.

Nei pressi della vecchia biblioteca di Sarajevo, che è un edificio simbolo, parzialmente distrutto durante la guerra e in via di ricostruzione, saliamo verso un grosso cimitero sulla collina. Sulla strada incontriamo il resto del nostro gruppo che viene giù.
La prima cosa che ho visto, di Sarajevo, sono i cimiteri: ampi, aperti, vicini o addirittura all’interno del centro abitato, che si districano per le colline e per i pendii che circondano la città. Uno li vede e pensa alla guerra: ma forse sarebbe stato lo stesso quindici anni fa, e sono io ad essere abituato a cimiteri che nascondono le proprie tombe.


Srebrenica, 11 luglio 2005

Il decennale della strage, al cimitero di Potočari. Partiamo prestissimo, alle 6, e devo fare di corsa perché io e Fiorenzo abbiamo ignorato la sveglia e Giulia ci è venuta a chiamare dicendoci che sono tutti già saliti sull’autobus. Molte automobili, molti autobus si stanno recando a Srebrenica, ci sono code e controlli della polizia che cerca bombe sotto le vetture. Sulle macchine della polizia le scritte sono in cirillico, perché siamo entrati nella Repubblica Serba, che è parte della federazione bosniaca. Sul ciglio della strada, la gente ci saluta, ci sono molti bambini; un nostro compagno di viaggio dice che ha visto qualcuno salutare con le tre dita a V, che era il segnale di riconoscimento dei serbi durante la guerra. In coda a una lunga fila di autobus, andiamo così piano che noto che in questa zona coltivano tutti lamponi: ogni casa ha la sua piccola, o grande, coltivazione di lamponi.

Il prato di Potočari è pieno zeppo di persone, gente che siede a terra, che mangia o che prega, che parla o rimane in silenzio. Ha piovuto, e a tratti piove ancora, lievemente, solo a mantenere l’erba umida e la terra fangosa. Poco più in là, i familiari delle vittime di Srebrenica lavorano a togliere l’acqua dal fondo delle fosse che dovranno accogliere i corpi dei padri, dei fratelli, dei nonni. A guardare il lato del cimitero che sale verso la collina, sembra il pubblico di un concerto rock, magari con qualche velo di troppo; ma l’atmosfera è drammatica, anche se dolce, densa di orgoglio e di malinconia.
Le donne si coprono con il velo, pregano separate dagli uomini, non portano i corpi alle fosse né li ricoprono di terra. Ma quasi nessuna di queste donne, come ho potuto vedere in questi giorni, porta il velo quotidianamente, camminando per la strada; e anzi le ragazze la sera a Tuzla passeggiavano in minigonna e magliettina leopardata. Il velo, in una società laica, non è che un simbolo religioso: invece che un’imposizione per la vita sociale, è componente viva del rituale, delle giornate di festa, di preghiera, di lutto.

Una nuova dimostrazione dell’eccezionale intelligenza pratica di Teofik: con altri quattro o cinque andiamo all’autobus a prendere il cibo e l’acqua per il pranzo, usciamo dal recinto del cimitero ed entriamo in quello della vecchia fabbrica (che fu teatro di un massacro, diventerà parte del memoriale ed oggi, straordinariamente, è un parcheggio). A un centinaio di metri dal nostro autobus, la polizia ferma Teofik: non si può passare. Teofik cerca di convincerli, ma sono proprio irremovibili. Noi italiani ci guardiamo intorno, allora che si fa?
Il buon Teofik, senza pensarci un attimo, saluta i poliziotti, ci guida venti metri più indietro e poi dall’altra parte del capannone. Ci sono dei poliziotti, Teofik procede dritto, ci guardano passare e mi sembra che sorridano pure. Altri poliziotti, passiamo di fianco a loro senza una parola. Arrivati all’autobus, carichiamo quello che riusciamo a portare e torniamo indietro. Ma certo: è sufficiente evitare quegli unici due poliziotti a cui è stato dato l’ordine. Guardo Teofik, e non posso trattenermi dal provare una certa ammirazione: sono abituato a scuotere la testa e a rassegnarmi al più piccolo impedimento pratico.

Impieghiamo forse un’ora intera a uscire dal parcheggio e un’altra a percorrere i primi duecento metri di strada. C’è una coda immobile, apparentemente eterna, di autobus della gente che torna verso Tuzla e verso altre zone della Bosnia. Mentre aspettiamo, Fiorenzo attira la mia attenzione su un edificio cento metri più in là, vicino all’inizio del pendio. Dovevano essere gli uffici della vecchia fabbrica; su una finestra in alto c’è un piccolo cartello su cui sta scritto “Unprofor Agreements Demilitarized Zone”. Gettando di tanto un tanto uno sguardo verso il pullman, esploriamo i piani bassi dell’edificio. Ci sono dei disegni e delle scritte sui muri: alcuni in bosniaco o serbo, devono essere stati scritti da gente del posto; altri in olandese, delle forze Onu nella zona ‘protetta’ di Srebrenica. Ce n’è una con la data del gennaio 1995. Tante ragnatele, vecchi macchinari la cui funzione è impossibile da intuire, in una stanza qualche paia di vecchie scarpe.


Tuzla, 12 luglio 2005

E’ il giorno del ritorno a casa. Alle due e mezza del pomeriggio abbiamo appuntamento davanti alla pensione con l’autista inferocito, che vorrebbe partire ancora prima. Non c’è tempo per pensare: la mattina seminario con Yael Danieli, poi un paio d’ore appena per girare in città e pranzare. Teofik porta me, Giulia e Fiorenzo a mangiare Čevapi, che sono delle polpettine di vitello (“young cow”) servite in un pane caldo simile alla pita greca, ma fritto nel burro, e con una quantità incredibile di cipolle. Con noi c’è un altro ragazzo bosniaco di cui non ricordo il nome. Io, Giulia e Fiorenzo mangiamo un panino di Čevapi a testa; Teofik ne prende due, ma avanza un paio di polpettine. Un appetito formidabile; e a un certo punto sorride e dice che “italian men are like girls”. Sacrosanto.
Dopo il pranzo, ci porta al mercato. Fiorenzo compra una stecca di York, sigarette croate da sessanta centesimi di euro circa il pacchetto, e scopre che le “Drina Light”, di cui mi aveva parlato in termini quasi entusiastici, non esistono. Io cerco della Slivovica, la grappa di prugne che ho imparato a conoscere da Ondra, il mio amico ceco. Teofik chiede in giro. Ci porta prima in una tavernetta buia, dove un tizio mangia una zuppa che guardo con interesse anche se non ho fame, per puro amore delle zuppa, ma dove la grappa è finita; poi più dentro nel mercato, fino a un vecchietto su una sedia di legno con una cassa di bottiglie di slivovica artigianale. Teofik l’assaggia, la fa assaggiare a me, la porge a Fiorenzo che rifiuta, si dimentica di Giulia. Mi chiede se preferisco la bottiglia di vetro o di plastica, naturalmente prendo il vetro. Poi va a un banco di cd e ce ne compra uno per ciascuno: a me tocca una compilation dal titolo “Folk Hitovi” e con in copertina un’adolescente sdraiata su un letto con un orsetto blu in mano.
Tornando, Fiorenzo ricambia il regalo con un portachiavi, io e Giulia facciamo in tempo a spendere gli ultimi soldi in un vocabolario tascabile bosniaco-italiano. Teofik sorride con il suo faccione bonario, apre il libretto e alzando la testa ci comunica in italiano: “commosso”.

Saliti sull’autobus, con l’autista che sbraita e minaccia di lasciarci qui, salutiamo i bosniaci finché non li vediamo più. Ripercorrendo le stesse strade dell’andata, ho occhi diversi, forse abituati, forse troppo stanchi, fatto sta che non vedo più i rottami delle automobili (li avranno messi via?). Vedo, perché me li indicano, i cartelli rossi con il segnale di pericolo e la scritta ‘Mine’. Passiamo il villaggio-mercato di Arizona e poco più avanti il confine croato. Io prometto di tornare, non riesco a dormire e leggo per ore di fila. Vicino a Zagabria, scende Petra, che saluta sorridendo con tutto il viso, bocca, occhi, anche naso.
Ogni tanto controllo la bottiglia di slivovica, ci tengo a portarla salva a casa.