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Ricordare Srebrenica 10 anni dopo. Intervista a Irfanka Pasagic
Estratto dell’intervista pubblica condotta da Gigi Riva, giornalista dell’Espresso all’incontro di Bologna del 19 maggio 2005. Traduzione di Liliana Radmanovic


Quanto il fatto che Karadzic e Mladic, i due principali autori della strage di Srebrenica, siano ancora liberi, non siano stati catturati e consegnati alla giustizia, quanto dunque la mancanza di giustizia impedisce alla Bosnia di ritrovare una pace giusta? E quanto incide soprattutto nel vostro dolore personale e collettivo?

Non soltanto Mladic e Karadzic sono latitanti, ma molti, molti altri, che hanno compiuto dei crimini. Se noi desideriamo che un domani le vittime possano vivere la vita normale che spetta loro, queste persone devono essere catturate e processate. Purtroppo in Bosnia Erzegovina le persone che ritornano nei villaggi, nei paesi di nascita, possono incontrare anche tutti i giorni una qualche persona che ha compiuto dei crimini contro di loro o la loro famiglia. Chiunque si occupi o lavori con la salute mentale sa benissimo che un fatto come questo impedisce qualsiasi tipo di riconciliazione reale. Quindi la prima cosa che si deve fare per ricostruire la vita in Bosnia Erzegovina e a Srebrenica è arrestare, processare, condannare, queste persone, questi criminali di guerra.

C’è una qualunque forma di reazione contro i torturatori che girano impunti in Bosnia, o qual è il vostro rapporto con loro?

No purtroppo. Ci sono alcune iniziative positive delle istituzioni, come una relazione resa pubblica per la prima volta da una commissione ufficiale della Repubblica Srbska, in cui è stata confermata la cifra di 8000 vittime nell’eccidio. Un’ammissione di questo tipo è stata una cosa eccezionale per la nostra situazione. Sennonché ancora ieri a Belgrado, alla Facoltà di giurisprudenza, si è purtroppo svolto un dibattito sui “Dieci anni dalla liberazione di Srebrenica” con la partecipazione di molti giovani della facoltà di legge. Per fortuna, e ne siamo felici, altrettante giovani persone hanno protestato contro questa iniziativa. Quello che fa particolarmente male - e che blocca le reazioni di cui si parlava prima - è il fatto che la maggior parte della gente che vive oggi a Srebrenica ritiene davvero l’11 luglio il giorno della “liberazione” di Srebrenica.

Alcuni amici bosniaci mi dicono: abbiamo quasi nostalgia dei tempi della guerra!


Certo è una domanda paradossale. Nessuno può pensare che durante la guerra si potesse stare meglio. Ma anch’io riconosco che c’era in quei tempi molta più forza, più energia in tutte le persone. Per me era molto più facile lavorare durante la guerra. Non avevamo cibo, non avevamo acqua, potevamo morire in qualsiasi giorno, però dentro di noi c’era la speranza che il domani potesse essere migliore.
È noto il fatto che durante le guerre diminuiscono le nevrosi, poiché tutte le forze psichiche si concentrano nella sopravvivenza. Così una volta che la tensione cala, la situazione si risolve e non c’è più la guerra, parallelamente cala anche la concentrazione psichica. Spesso ci si dimentica che in Bosnia, come risulta dalla relazione dell’OMS, si trovano attualmente un milione e mezzo di persone con sintomi di stress post/traumatico. Uno dei sintomi di questo stress è la mancanza di iniziativa e il timore, l’attesa, di un qualche evento catastrofico. Tutto questo comporta dei sentimenti molto negativi e la sensazione che, prima, in realtà fosse più facile. Devo ancora sottolineare che ancor oggi, a dieci anni dalla fine della guerra, sono pochissime le persone che si occupano e aiutano le persone sofferenti da stress post/traumatico.
Perciò, in una condizione economica così precaria e in condizioni psichiche ugualmente disagiate, tante volte pensiamo che è vero, che era meglio, era più facile prima, durante la guerra. Quello che vorrei ricordare è che purtroppo le conseguenze del trauma non riguardano solo le vittime, che lo hanno subito direttamente, ma si estendono ai figli, ai parenti. Se non facciamo qualcosa di veramente concreto per aiutare queste persone a riprendere una vita diversa, il problema si allargherà alle prossime generazioni. Così, naturalmente, per tornare a sentirci meglio abbiamo bisogno di sentire di nuovo che c’è una speranza.

Mi incuriosiva capire se anche i bambini che hanno subito la guerra soffrano oggi della stessa sindrome, di questo ritenere che durante la guerra fosse meglio?

Purtroppo un gran numero di bambini, di ragazzi, vivono ancora oggi in condizioni di vita indegne. Nel territorio di Tuzla abbiamo ancora dieci campi di profughi. E la maggior parte di questi ragazzi crede davvero che fosse meglio prima della fine della guerra. Dunque è come se si trovassero in un tempo sospeso, nell’attesa di ciò che accadrà domani. Nonostante siano nati molti bambini dopo la guerra, ancora oggi incontriamo sempre moltissimi bambini afflitti da una “traumatizzazione secondaria”, che gli viene trasmessa dai loro genitori. Molti di loro continuano a pensare e immaginare il passato, non pensano al futuro.

Come si concilia la necessità di conservare la memoria con il rispetto di qualcosa che è così intimo che non può essere detto?

Parlerò di nuovo del trauma, del fatto che ogni ricordo del trauma è molto doloroso. Tutti noi che lavoriamo con persone traumatizzate, abbiamo sentito tantissime storie e uno dei nostri compiti è sicuramente quello di scrivere, di memorizzare, di raccogliere il racconto di quello che è successo. Proprio per il dolore che alcune di queste storie fanno riemergere, probabilmente saranno raccontate solo dopo 20-30 anni, non subito. Ma una delle cose molte importanti che noi, e tutti, dobbiamo ricordare è che questa memoria deve essere conservata, non va dimenticata. Poco tempo ho sentito parlare per la prima volta dell’ ”Isola nuda”. Goli Otok. Era un isola carcere della ex-Jugoslavia di cui si sapeva poco. Una delle peggiori. Oggi le persone, che per anni sono rimaste in silenzio, hanno avuto un improvviso desiderio di parlare, di dire. Sicuramente anche i racconti di questa guerra a un certo punto usciranno fuori.

(dall’intervista pubblica condotta da Gigi Riva, giornalista dell’Espresso all’incontro di Bologna. Traduzione di Liliana Radmanovic))